Mio padre, un forestiero” “


Il fenomeno dell’immigrazione non interessa alcuni Paesi europei ma l’intera Europa (cfr. pagine 2 e 14). Le istituzioni, la società civile, le Chiese cristiane sono poste di fronte a responsabilità che non ammettono scorciatoie. Per i cristiani la riflessione e l’impegno partono dalla Bibbia alla quale le Chiese europee dedicano l’anno in corso.


Per la Bibbia il gher è lo straniero che non possiede un lembo di terra nel paese dove risiede. E’ la figura tipica del migrante, povero e sradicato per mancanza di possibilità di sussistenza, che il popolo d’Israele accoglie e a cui consente di sfruttare insieme le risorse della creazione donata. Il gher ha parte anche al Seder pasquale luogo più intenso di memoria delle gesta di salvezza di Dio.
Nel Libro del Deuteronomio si leggono parole che dovrebbero fare sussultare chiunque si senta illustre cittadino europeo e torca il naso (e stringa il portafoglio) dinanzi allo straniero, allo sconosciuto, al diverso, all’immigrato: “Mio padre era un arameo errante, discese in Egitto, vi abitò da forestiero con poca gente e vi divenne una nazione grande, forte e numerosa”.
Qualificarsi migrante non è facile, discendere da chi ha dovuto abbandonare la patria, la terra i legami più stretti e sacri, fa balzare agli occhi una figura cenciosa, sporca dai tratti marcati e dai modi rozzi.
Eppure questo è il padre che, con la sua sofferente lacerazione, consentì ai figli di diventare grandi, forti e numerosi. Forse è questo che temiamo: l’invasione dei nostri spazi, la condivisione delle nostre risorse con il gher diventato forte e numeroso.
Una fonte di purificazione è aperta per tutta l’umanità quando si immerga nella pura acqua della Parola e osi confrontarsi con chi oggi sia un “arameo errante”. La Parola é luogo di incontro di tutti gli uomini con Dio, presenta nella tradizione ebraica molteplici volti e lingue: 70 esattamente, dove il numero simbolizza la molteplicità e la perfezione.
Dobbiamo allora parlare di contratti e dimenticare il patto di fedeltà alla Parola? Gli ordinamenti esistono, e devono esistere, ma sono solo espressioni di convenzioni di legalità, di tutela più di diritti che espressioni di doveri. Sostanzialmente promanano, quando non si arrestano, a contrattazioni economiche.
La decadenza del pensiero occidentale così è giunta a negare vita e possibilità di vita all’uomo in nome del benessere, della tranquillità di chi si è scordato dell’identità di suo padre: “un arameo errante”.
E’ necessario ribaltare l’impostazione occidentale e ritornare a quella ebraica e cristiana originale: accogliere cioè la rivelazione che caratterizza l’uomo e la donna e li plasma in risposta che conduce ad una coscienza specifica: la destinazione verso l’Altro e verso l’altro, fratello e sorella, che è debole, necessitato, o semplicemente, altro, senza altre connotazioni. L’adesione al bene, la relazione con il vero, la Torah diventata Volto di Cristo che emana luce, urgono all’incontro con la luce dell’altro. Luce, non colore della pelle, occhi obliqui o zigomi sporgenti, ogni uomo e ogni donna è luce.
Trattare e negoziare la città dell’uomo al buio, nelle tenebre, senza la luce della Torah e del Volto di Cristo, è una realtà politica (nel senso etimologico complessivo) e una realtà economica, tangibile. Non è ancora detto che sia vero e autentico. Potrebbe essere menzogna, ladrocinio, stigma di furto perpetrato sotto lo scherno di una legalità costruita per tutelare la propria esclusiva ottica. E di luce non ce ne sarebbe neppure un barlume. Quale luce può esserci in un volto che accumula risorse e tesaurizza mentre il fratello non ha neppure la forza per tendere la mano? La Bibbia ci chiede, soprattutto, di non essere ebrei o cristiani, europei o gher, ma santi: divenuti risposta di Luce.

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