Il cortile e l’aula del Parlamento” “

L'esperienza della Norvegia: intervista con l'autrice di "Il libraio di Kabul"" "" "

Otto mesi vissuti insieme ad una famiglia afgana per raccontare come si vive nell’Afganistan del dopo conflitto, quando i riflettori sulla guerra sono spenti. E’ l’esperienza della giornalista scrittrice Asne Seierstad , raccontata nel libro “Il libraio di Kabul” che documenta la condizione della donna e della famiglia nei Paesi islamici. Poco più di trent’anni, per i suoi reportage da Kosovo, Cecenia e Afganistan Asne Seierstad ha ottenuto riconoscimenti nazionali e internazionali, è stata eletta migliore giornalista televisiva norvegese nel 1999, migliore scrittrice del 2000 per il mensile Elle, il Free Speech Award nel 2002 come migliore reporter di guerra e nel 2003 la menzione speciale della Giuria della IX Edizione del Premio Ilaria Alpi. Il Sir l’ha incontrata ed ha parlato con lei di Islam, di condizione della donna, emigrazione, politiche familiari.

Da un cortile di Kabul, come narra nel suo libro, agli spazi europei dove vivono molti islamici. Il fondamentalismo non si scalfisce?
“Per il fondamentalista, vivere a Kabul o in Norvegia non fa nessuna differenza. C’è, purtroppo, un uso strumentale del Corano che viene letto sono in alcune parti e taciuto in altre: ad esempio là dove le donne vengono esaltate e poste in condizioni di parità con l’uomo. La Norvegia è un Paese libero, aperto dove la donna ha enormi spazi di libertà. Molte sono le donne elette in Parlamento. E ci sono anche islamici ben integrati.
Ad esempio?
“Ci sono molti pakistani, alcuni dei quali in Parlamento. I loro figli frequentano scuole pubbliche e cercano di integrarsi sempre di più nella società norvegese. Ma ci sono anche altri gruppi di religione islamica che vivono separati, si autoemarginano, non risparmiando critiche allo stile di vita norvegese definito “senza Dio e male organizzato” pur godendo di tutti diritti, tra cui anche quello dell’assistenza statale”.
Ci sono state risposte a queste critiche?
“Ci sono state proteste da parte di strati della popolazione norvegese che hanno ricordato a questi gruppi che sono stati loro a scegliere la Norvegia e che sono ancora in tempo per andarsene. Non si pretende che si adattino in tutto allo stile di vita norvegese ma che almeno lo rispettino. E’ evidente che da queste prese di posizione possano nascere anche episodi di razzismo”.
Come sono organizzate comunità islamiche?
“Innanzitutto hanno scuole proprie. O meglio hanno la possibilità di scegliere una scuola musulmana, i cui programmi devono essere approvati dallo Stato norvegese, condizione necessaria per avere dei finanziamenti statali. Più che di vere e proprie intese si tratta di contatti a vari livelli con queste comunità, con l’Imam, o con gruppi di genitori con cui si affrontano i problemi legati alle nuove generazioni e alla famiglia”.
Sulla famiglia la Norvegia investe molto. Come si è trovata a vivere in una famiglia afgana?
“In Afganistan il controllo sociale avviene all’interno della famiglia. E’ il padre che decide tutto: se i figli devono studiare o lavorare, se le donne devono indossare il burka o meno o se devono sposarsi e con chi. E’ un sistema arcaico. Non importa se il Governo cresce nella democrazia se poi in famiglia tutto resta com’è. Ogni tentativo di emancipazione deve fare i conti con lo sguardo giudice del vicino…”
Troppo duro da accettare per un’europea…
“In Norvegia ci sono politiche familiari che pongono il Paese in cima alla classifica per il tasso di natalità con 1,9 bambini per famiglia. Le donne in particolare vengono aiutate durante la maternità: può restare a casa per 1 anno a stipendio pieno, passato il periodo viene reintegrata al posto di lavoro. Salvo che non decida diversamente, ovvero di continuare ad accudire il figlio con una retribuzione mensile garantita di 600/700 euro. Possibilità offerta anche al papà”.

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