” “Un principio di dignità” “” “

Migrazione e asilo: la politica dell'Unione Europea dal punto di vista della Chiesa" "" "

Dal 1999, quando l’Unione Europea ha acquisito competenza in materia di politiche di asilo e migrazione con l’entrata in vigore del Trattato di Amsterdam, le Chiese in Europa hanno attivamente tenuto sotto osservazione e accompagnato lo sviluppo di una politica comune europea sull’immigrazione, così come un sistema comune europeo per l’asilo. Le Chiese in Europa hanno ripetutamente sottoposto dei commenti alle iniziative specifiche intraprese in queste aree politiche, la maggior parte dei quali sono stati elaborati ecumenicamente. Nonostante il fatto che il tema della migrazione sia stato il primo punto dell’agenda di molte presidenze del Consiglio dal 1999 ad oggi, finora non si sono visti i progressi previsti, e alcune delle scadenza fissate dal titolo IV del Trattato di Amsterdam rischiano già di non essere rispettate. Questo può sembrare paradossale, poiché la necessità di una politica delle migrazioni coerente in un’Unione Europea priva di frontiere interne appare con molta evidenza. Ciononostante, possiamo osservare che la politica delle migrazioni è al centro dell’attenzione pubblica in quasi tutti gli Stati Membri dell’Unione Europea. Mentre la Commissione Europea sottopone le proposte legislative, il Consiglio dei Ministri, che rappresenta la più importante istituzione decisionale dell’Unione Europea, deve approvare quelle iniziative all’unanimità. Il Parlamento Europeo svolge un ruolo meramente consultivo. Molte amministrazioni nazionali non sono (ancora)n disposte ad accettare che il bene comune europeo possa offrire più benefici all’Unione Europea nel suo insieme di quello che immaginano sia il loro “interesse nazionale”. Ci si può solo augurare che il sostegno del Parlamento Europeo ad un cambiamento nel processo decisionale porti frutto. Sin dall’inizio, la Chiesa ha appoggiato la nascita di una politica europea comune in questo campo. Uno dei punti di partenza dell’insegnamento della Chiesa sul tema della migrazione è rappresentato da quanto ha ribadito il Santo Padre Giovanni Paolo II nel suo messaggio per la Giornata Mondiale dei Migranti del 2001: il sostegno della Chiesa al rispetto dei diritti umani fondamentali, in particolare “il diritto di avere un proprio Paese, di vivere liberamente nel proprio Paese, di vivere insieme alla propria famiglia, di avere accesso ai beni necessari per una vita dignitosa, di preservare e sviluppare il proprio patrimonio etnico, culturale e linguistico, di professare pubblicamente la propria religione, di essere riconosciuti e trattati in ogni circostanza secondo la propria dignità di esseri umani”. Secondo la Chiesa, il diritto all’emigrazione deve essere valutato in questo contesto. Essa riconosce questo diritto sotto una duplice forma: la possibilità di lasciare il proprio Paese e la possibilità di entrare in un altro Paese per cercare migliori condizioni di vita. In questo contesto, il Santo Padre chiarisce che “l’esercizio di tale diritto deve essere regolato, poiché la sua pratica indiscriminata potrebbe recare danno e andare a scapito del bene comune della comunità che riceve il migrante”. La nascente politica dell’Unione Europea sul tema della migrazione e dell’asilo rispetta questi principi in termini generali. Come ha confermato il Commissario Europeo responsabile per le migrazioni, il dr. António Vitorino, in un discorso indirizzato al Parlamento Europeo nella sessione plenaria dello scorso febbraio: “L’asilo rappresenta un diritto, la migrazione un’opportunità”. L’Unione Europea rispetta gli obblighi internazionali che vincolano gli Stati Membri ai sensi della Convenzione di Ginevra sui Rifugiati per quanto concerne il diritto d’asilo. Essa riconosce i benefici che la cosiddetta manodopera migrante può portare alla società ed è consapevole della necessità di cooperare con i Paesi d’origine. A questo fine, ha fissato una struttura di procedure d’ammissione armonizzate per i migranti, nell’ambito della quale spetta agli Stati Membri decidere quanti di loro le loro società siano in grado di integrare. Tuttavia, il Consiglio dei Ministri dell’Unione Europea, vale a dire l’assemblea dei Ministri degli Interni degli Stati Membri, è perplesso riguardo ad alcune conseguenze di questi principi, specialmente in seguito all’11 settembre 2001. Per esempio, la “cooperazione con i Paesi d’origine” viene vista principalmente nel contesto nel contesto di un controllo delle frontiere e di una prevenzione dell’emigrazione invece di essere inserita nel più ampio contesto della prevenzione dei conflitti e dello sviluppo della cooperazione, al fine di affrontare le vere cause che stanno alla radice della migrazione. Nelle loro dichiarazioni, le Chiese hanno ripetutamente sottolineato la necessità di considerare i migranti come soggetti – e non oggetti – della migrazione. Per esempio, il contributo delle rimesse dei migranti allo sviluppo dei propri Paesi d’origine non dovrebbe essere sottovalutato, come hanno dimostrato gli esempi delle Filippine e del Messico. Il contributo economico dei migranti non è completato da garanzie legali a copertura dei loro diritti e standard sociali. Un’altra area di preoccupazione è rappresentata dall’attuale stato dei negoziati sull’armonizzazione del diritto alla riunificazione familiare in tutta l’Unione Europea. Dopo tre anni di negoziati portati avanti nel Consigli dei Ministri, la seconda proposta emendata della Commissione Europea ha ridotto l’iniziativa ad un approccio meno coesivo di identificazione degli standard minimi al livello più basso, con possibilità di ampia discrezionalità per gli Stati Membri. La presente proposta combina una definizione molto stretta della famiglia con condizioni materiali molto rigide. La vita familiare costituisce un elemento essenziale di tutte le società e il diritto alla vita di famiglia è una pietra angolare per l’integrazione dei migranti. Gli Stati Membri sono obbligati dalle convenzioni internazionali –e la maggior parte di loro anche dal proprio diritto costituzionale – a salvaguardare e tutelare la famiglia. Per esempio, sarebbe contro tutte le tradizioni legali nell’Unione Europea avere dei periodi d’attesa per i minori prima che possano vivere con la propria famiglia. Ciononostante, questo risulta possibile secondo l’attuale bozza di direttiva. Nel contesto del rispetto dei diritti fondamentali di ogni individuo, il Santo Padre conclude: “È necessario avere delle norme internazionali che siano in grado di regolare i diritti di ognuno, in maniera da prevenire decisioni unilaterali che danneggino i più deboli”. È da augurarsi che gli Stati Membri dell’Unione Europea saranno in grado di rispettare questo principio, anche per quanto concerne la loro politica comune sull’asilo e la migrazione.

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