“Non so se la mia casa c’è ancora”. La casa che Ghaleb Rasheed Shahrour per l’ultima volta ha visto tre mesi fa. Marzo: una delle reiterate evacuazioni da Tiro. Città dalla storia millenaria, circa 80.00 abitanti: oggi ne restano solo circa 4.000. Gli altri sono fuggiti. Via dalla devastazione, troppo rischioso rimanere, impossibile rientrare. La fuga di una delle migliaia di famiglie costrette a lasciare Tiro. Ghaleb Rasheed Shahrour ha cercato riparo verso Sidone, con la moglie e i tre figli piccoli. Lo racconta abbozzando un sorriso, nella scuola pubblica trasformata in shelter. Da novanta giorni vive coi suoi cari in un’aula al primo piano del grande edificio scolastico. Fuori dall’aula, nel corridoio, un insieme di gabbiette con pappagalli e uccellini che cantano. Lui non li ha abbandonati, portando via anche il suo cane da caccia.
Una famiglia che abbiamo incontrato domenica 7 giugno. Giornata calda: 550 persone attendono la distribuzione dei pasti, grazie anche al sostegno dei volontari di Frontiere di Pace, gruppo radicato nella parrocchia di Maccio (in provincia di Como) e per la terza volta nell’ultimo anno approdato in Libano per garantire sostegno alla popolazione bersagliata dai bombardamenti israeliani. La raccolta fondi, da qualche mese in corso sul territorio comasco, ha generato frutti abbondanti, anche con l’aiuto della Caritas diocesana di Como. Due volontari di Frontiere di Pace hanno fatto arrivare in Libano 12.500 euro, prima tranche delle donazioni per circa 20.000 euro.
“Siamo scappati lo scorso marzo – le parole di Ghaleb – No so in che condizioni sia la mia casa, non so se ci sia ancora… Sono qui con mia moglie e tre figli. La cosa più difficile, vivendo qui, è non avere un lavoro. Difficile, davvero. A Tiro lavoravo girando e raccogliendo ferro”.
Per gli sfollati, il primo mese il Governo libanese, che ha messo a disposizione lo shelter, ha fornito tre pasti quotidianamente, dal secondo mese è sceso a due. Ora un solo pasto al giorno. E qui si inserisce la sinergia di Frontiere di Pace col mufti sciita Hassan Abdallah, nei pressi di Sidone: servizio fondamentale sotto forma di cucina di solidarietà. Una laboriosa squadra di volontari: venti nel turno di preparazione del riso multicolore e del pollo in giganteschi calderoni. Catena virtuosa che proprio il 7 giugno ha servito 2.830 pasti: in parte consegnati alle persone bisognose giunte sul posto, un’ampia quota trasferita a due centri per sfollati.

Ghaleb Rasheed shahrour stava a Tiro. C’è un denominatore comune che lega differenti religioni e la varietà di confessioni della stessa religione. In quest’ottica, il punto di riferimento a Beirut è rappresentato dai francescani del convento di San Giuseppe (Custodia di Terra Santa): dove ha trovato riparo padre Toufic Bou Mehri, costretto a lasciare Tiro. Lunedì 8 giugno ha accompagnato i volontari di Frontiere di Pace nel convento delle suore melchite del Perpetuo soccorso ad Harissa: qui sono accolte 14 famiglie, complessivamente 39 persone. Elias, un papà sfollato dai dintorni di Tiro, scorre la galleria di immagini sullo smartphone e ci mostra la sua casa distrutta. Padre Toufic riassume sospiri e speranze di chi ha perso tutto: “Avete ascoltato, la maggioranza degli sfollati pensa di rientrare nei prossimi giorni nelle loro città o paesi. Oggi giorno, da tre mesi, dicono così, lo dicono a loro stessi, rimanendo in piedi grazie a questa speranza”.

