La potenza che discende e s’infonde. Pentecoste, l’IA e ciò che nessuna macchina può dare

Da un lato il Cenacolo, una stanza povera e la promessa di un "potere dall'alto"; dall'altro i data center illuminati dal lampo dei processori. Sembra che la potenza si sia trasferita lì, ma la festa racconta il contrario. Alla vigilia di "Magnifica Humanitas", la Pentecoste ricorda che il discernimento non si delega: a custodire l'uomo è lo Spirito

(Foto AI/SIR)

C’è un’immagine che la Pentecoste, oggi, ci impone di guardare in controluce. Da un lato è il Cenacolo: una stanza povera, un gruppetto di uomini e di donne intimoriti, una Promessa di “potere dall’alto” che attende di manifestarsi senza che quel gruppetto ne comprenda la portata. Dall’altro lato sono i data center del nostro tempo, capannoni rigidi illuminati dal lampo dei processori, una forza e un potere travolgente che mai, prima del nostro tempo, l’uomo aveva conosciuto. Apparentemente è lì, in quei capannoni, che si è trasferita la potenza. Ebbene, la festa di oggi racconta esattamente il contrario.

La Pentecoste non è un evento che la comunità costruisce. È un’irruzione che discende. “Venne dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso” (At 2, 2): nessun protocollo la produce, nessuna procedura la replica. Lì, in quella “stanza al piano superiore” l’uomo riceve ciò che nessun progetto umano sa darsi: lo Spirito Santo, i Suoi santi doni che vengono ad abitare l’uomo, trasformandolo, deificandolo. Nessuna intelligenza umana può sostituirsi e sostituirli. Nessuna intelligenza artificiale potrà mai farlo: una macchina può imitare l’esito dell’intelletto, mai abitare il discernimento; può simulare il consiglio, mai trasmettere il timore filiale di Dio. E nessuna memoria – per quanti gigabyte sappia ingoiare – potrà mai superare “la memoria di Dio, lo Spirito, che, come promette Gesù, “insegnerà ogni cosa e ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14, 26)”.

A Pentecoste l’effusione dello Spirito è la firma divina incancellabile della nostra creaturalità: non un guasto da riparare con una macchina più potente, ma il segno che siamo fatti per Qualcuno. Quanta inquietudine in chi si rende estraneo a questa inabitazione divina! Eppure, è proprio a questa inquietudine che oggi cerchiamo di rispondere consegnandola al calcolo: affidando a un assistente automatico la solitudine delle nostre notti; sostituendo lo sguardo del fratello con la risposta istantanea di una macchina che non ci ha mai visti, che non ha volto, che non ha affetto. A questo sentire guardava Papa Leone XIV rivolgendosi ai giovani, il 14 maggio scorso, consegnandoci una formula tagliente: “Siamo un desiderio, non un algoritmo“. Anteprima, mi sembra, di ciò che domani, lunedì di Pentecoste, riceveremo con la prima enciclica sociale del Pontificato Magnifica Humanitas.

Sta proprio qui il punto luce che la Pentecoste accende, vincendo la tentazione di consegnare alla macchina ciò che alla macchina, per natura, non appartiene: il discernimento degli spiriti, la decisione di vita e di morte, la responsabilità del bene comune. Non perché la macchina sia maligna, ma perché il giudizio morale non si esternalizza: è atto della persona, è risposta libera del cuore davanti a Dio. Quando si tenta di delegarlo – decidendo per algoritmo chi vive e chi muore, chi avanza e chi resta indietro, chi vale e chi no, cosa è “rischio” e cosa è “opportunità” – non si supera l’uomo, si abdica all’uomo. Un algoritmo calcola probabilità; non sceglie. Può eseguire; non può rispondere a Dio. Credere che la macchina superi il limite è, in fondo, il limite stesso. La questione decisiva, pertanto, non è se l’intelligenza artificiale sia “buona” o “cattiva”. Così posta è domanda fuorviante. La questione vera è un’altra: chi custodisce l’uomo, chi può salvarlo dalla penosa alienazione, dall’anonimato della coscienza dove lo si vorrebbe relegare? Solo lo Spirito di Dio Creatore. Per questo Pentecoste ritorna!

A Pentecoste, nella piazza di Gerusalemme, nasce la Dottrina Sociale della Chiesa: ogni lingua, ogni cultura, ogni etnia si risolve nella fraternità, nella solidarietà umana, nell’unità del genere umano, nella riconciliazione degli opposti. La risposta alla deriva transumana è lo Spirito di Dio. È Lui che, alla nascita della Chiesa, riceve in consegna l’umanità e gliela restituisce come dono. “Gloria di Dio è l’uomo vivente“, scriveva sant’Ireneo: non un sistema da ottimizzare, non un dato da estrarre, non un utente da profilare, ma una persona da custodire. Lo ribadisce con nettezza san Basilio Magno: “La Potenza che ci salva non è opera delle nostre mani” e non si delega, “non può” essere delegata. Pentecoste: si invoca, si accoglie, discende, si infonde, si effonde!

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