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Lunedì 30 Settembre 2013
PROFUGHI IN GIORDANIA/3
Il vescovo di Amman:
grande è la speranza
di una visita del Papa
Monsignor Maroun Lahham, vicario generale del Patriarcato latino di Amman: "Noi vescovi lo abbiamo incontrato la settimana scorsa in Vaticano. Non c'è nulla di ufficiale ma il Papa dovrebbe venire tra marzo e aprile, per il 50° anniversario dell'incontro ecumenico tra il Patriarca Athenagora I e Paolo VI. Qui tutti i musulmani lo adorano, è stato invitato dalle più importanti autorità"
dall'inviata Sir in Giordania, Patrizia Caiffa

Un vescovo figlio di profughi palestinesi sa bene cosa significhi vivere l’esodo durante un conflitto e rischiare di non tornare più nella propria terra. Monsignor Maroun Lahham, vicario generale del Patriarcato latino di Amman, è nato in Giordania nel 1948, “proprio tre mesi dopo che sono stati cacciati i palestinesi. Ma nessun profugo cristiano andò allora nei campi come ora nessun cristiano siriano”. Per tanti anni è stato vescovo in Tunisia, dove ha vissuto la prima rivoluzione della primavera araba. È da pochi mesi ad Amman, di nuovo nella sua patria adottiva. Si trova a dover affrontare la sfida dell’accoglienza dei 570mila nuovi profughi siriani e a guidare una Chiesa giovane e attiva: tra i 200mila cristiani di tutti i riti circa 60mila seguono il rito latino (cattolico), con 35 parrocchie, 40 preti diocesani e tante vocazioni. Ci riceve nell’episcopato, un lungo e squadrato edificio bianco che affianca la moderna cattedrale, collocata insolitamente ad angolo. Per una volta la sua piccola mania svizzera della puntualità lascia spazio (grazie al largo anticipo degli interlocutori), a una rilassata chiacchierata. Con una sorpresa finale.

Monsignor Lahham, è stato contento di tornare ad Amman?
“Qui si dice che il prete è come una ragazza di buona famiglia che si sposa: da qualsiasi posto provenga il marito è contenta. All’inizio mi è costato andare via dalla Tunisia, dove ho lasciato un pezzo di cuore. Tutte le sere continuo a guardare la tv tunisina e a seguire gli sviluppi del processo democratico. Ma ho ritrovato la mia diocesi, con numeri dieci volte più grandi. È una bella realtà viva”.

Però ha di fronte una sfida delicata, quella dell’accoglienza dei siriani: soprattutto dei bambini, il 60% dei profughi...
“Già. In Giordania sono venuti i siriani più poveri, quelli che ora vivono nel campo di Zaatari. La Caritas giordana fa un lavoro stupendo, con aiuti di emergenza, programmi di scolarizzazione, alfabetizzazione degli adulti... Anche 5/6 parrocchie diocesane hanno aperto centri per aiutarli e accolgono i bambini per il doposcuola. Molti hanno perso l’anno scolastico, ma la scuola si recupera. La tragedia più grande è di ordine psicologico. Dopo aver visto la guerra ora i bambini sono pieni di traumi, hanno paura. Disegnano morti in guerra, carri armati. Bisogna seguirli con attenzione, farli giocare”.

Alcune settimane fa avete temuto i bombardamenti Usa sulla Siria. Pericolo scampato?
“Abbiamo avuto una enorme paura. Penso che la decisione di rinunciare ai bombardamenti sia stata una vittoria di Papa Francesco, che con la veglia di preghiera per la pace ne ha cambiato le sorti. Anche se resta in ballo il problema delle armi chimiche, ora credo che si andrà avanti con i negoziati: lo schiaffo o si dà subito o non si dà mai”.

Come vede il futuro della Siria?
“Nemmeno i profeti saprebbero dirlo. Non si sa chi dice la verità, chi mente. Si sa solo che il Paese è strappato, che non è possibile una vittoria militare né da una parte né dall’altra. Anche se Assad rimanesse al potere, cosa sarebbe di queste migliaia di persone che sono contro di lui? La Siria non tornerà mai più come prima. Per fortuna le esperienze in Egitto e Tunisia potrebbero aver portato insegnamenti. Il movimento della strada nei Paesi arabi è irreversibile: ora, per la prima volta, i capi hanno paura del popolo. E questo è positivo. La Siria non sarà un Paese islamico ma forse un regime aperto, con più margini di libertà. Assad non è disposto a lasciare ma forse a cambiare sì. Bisogna trovare un modo per farlo rimanere ma con meno potere”.

Il 6% dei siriani sono cristiani, anche loro stanno soffrendo molto e tanti fuggono. Non ci sono notizie nemmeno dei due vescovi rapiti e di padre Dall’Oglio. Che pensa?
“Non si sa nulla, nessuno dà prove. Se i cristiani muoiono in Siria è perché le bombe quando cadono non fanno distinzioni. Ma la Chiesa in Siria, pur soffrendo, è ancora più viva. Tramite la rete Caritas e altre organizzazioni arrivano aiuti alle parrocchie. Mi auguro che non succeda ai cristiani siriani quello che sta accadendo ai cristiani iracheni: a 12 anni dalla fine della guerra ne è rimasto un terzo. Non c’è più sicurezza. Nessuno è più tornato in Iraq”.

La Giordania come sta reggendo l’impatto dei profughi?
“Non può che aprire le braccia. Non può chiudere le frontiere anche perché riceve tanti soldi. Se i giordani soffrono l’impatto è perché abbiamo tanti problemi sociali, morali ed economici. I siriani sono molto più bravi come operai edili, ma vengono sfruttati. E i giordani perdono il lavoro. Non credo che la guerra sarà destinata a durare altri 20 anni o che succederà come per noi palestinesi”.

Monsignor Lahham, qui circolano voci su una probabile visita di Papa Francesco in Giordania. È vero?
“Noi vescovi lo abbiamo incontrato nei giorni scorsi in Vaticano. Non c’è nulla di ufficiale ma il Papa dovrebbe venire tra marzo e aprile, per il 50° anniversario dell’incontro ecumenico tra il Patriarca Athenagora I e Paolo VI. Qui tutti i musulmani lo adorano, è stato invitato dalle più importanti autorità. Questo Papa è unico, fantastico. Lui vorrebbe venire. Ci sono buone probabilità. E se chiederà di andare anche al campo di Zaatari, tra i profughi siriani, lo porteremo”.


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