Stabilità: non si può prescindere dalla specificità insulare
Il Governo, su proposta del ministro per i Rapporti con le Regioni, ha recentemente impugnato, davanti alla Suprema Corte, la legge regionale della Sardegna n. 16 del 19 novembre 2010, in tema di patto di stabilità, perché non sarebbe conforme con la disciplina nazionale in merito alle scadenze entro le quali deve essere effettuata la rimodulazione e la comunicazione degli obiettivi dei singoli enti al ministero dell‘Economia e delle Finanze. La norma regionale violerebbe gli articoli 117, 119, secondo comma, e 120 della Costituzione che tutelano il coordinamento della finanza pubblica e l‘unità economica del Repubblica italiana. La legge 16 prevede la creazione di un vero e proprio patto tra i Comuni e la Regione. Da parte della Regione la legge 16 è vista come uno strumento tendente alla semplificazione e alla solidarietà interna, nel rispetto complessivo dei vincoli imposti. Esiste un caso Sardegna. Secondo Ignazio Boi, esperto di problemi sociali e del lavoro, "c‘è un problema che esiste ancor prima della impugnazione da parte del Governo: cioè la non sostenibilità da parte di un gran numero di enti locali delle spese correnti che richiedono una gestione particolare. La questione rischia di restare un episodio isolato se non è inserito in un contesto più ampio del rapporto Stato-Regioni, con la peculiare specialità statutaria della Sardegna, per cui esiste un caso Sardegna, esiste una sua specificità, va trattata in sede di contrattazione, laddove si potranno anche svolgere delle rivendicazioni nella quali le peculiarità debbano e possano emergere". Per l‘esperto, "i piccoli Comuni sono quelli che ci rimetteranno di più e paradossalmente sono quelli che presentano le idee imprenditoriali più innovative per il territorio, che hanno maggiori capacità per consorziarsi portando avanti programmi di sviluppo che consentano anche a fasce deboli come giovani e anziani di essere davvero all‘interno del contesto di sviluppo: a rimetterci sono quindi le realtà piccole, con problemi di sviluppo ma non per questo povere di idee". In questo senso, "per dar voce all‘unicità sarda - dice l‘esperto - un‘occasione può essere la celebrazione dei 150 anni dell‘Unità d‘Italia, con una spinta di rivendicazione del ruolo che la Sardegna ha avuto nella realizzazione di quello che prima era il Regno Sardo e che poi diverrà Regno d‘Italia: ma non solo per un fatto meramente celebrativo, bensì per il ruolo chiave che la Sardegna deve avere a livello dell‘economia nazionale, insulare e del Mezzogiorno. L‘idea federalista è un‘idea di contrapposizione Nord/Sud, invece bisognerebbe partire dalla specificità insulare che la Sardegna riveste, come snodo del Mediterraneo". Ritornare a guardare il mondo. Il portavoce del Forum del Terzo settore Sardegna e presidente Confcooperative Cagliari, Carlo Tedde, conferma che "la legge 16 offre nuovi criteri su base regionale, è un tentativo di cambiare l‘attuazione mostruosa della legge europea sul patto di stabilità. Il tentativo sardo è probabilmente buono, ma la legge non ha avuto il tempo di maturare tutte le certezze per non incappare in una impugnazione anche dal punto di vista amministrativo. Dispiace vedere come le azioni avvengano senza una trattativa tra le Regioni e lo Stato e anche su questo si vede la difficoltà a cooperare". Per Tedde, "il patto di stabilità si potrebbe mantenere a livello regionale ma poi, su base comunale ci potrebbe essere una compensazione tra il Comune che spende di più e quello che spende meno. Il principio è salvo, e ciò permetterebbe lo sblocco di una serie di situazioni attualmente inchiodate proprio dovute al fatto che se è vero che la spesa pubblica incide per il 62-70% del prodotto interno della Sardegna, è chiaro che si parla di cifre importantissime per la vita delle piccole amministrazioni pubbliche". Purtroppo, prosegue il dirigente, "un altro aspetto è che è in un periodo di grande precarietà lo spettacolo politico nazionale di conflitto continuo non fa altro che acuire quella confusione che non ci permette neanche di valorizzare quel benessere che comunque c‘è. Si perde di vista che il mondo è un altro e la prospettiva è un‘altra, e se l‘economia italiana è giudicata la sesta nel mondo non possiamo dire che c‘è solo crisi...". "Anche come cristiani dobbiamo ripartire da questo. Gli sforzi che facciamo sono molti di più dei risultati che otteniamo perché si parte sempre dal conflitto e non dalla cooperazione: ma benedetta la crisi - conclude Tedde - che aiuta a metterci insieme, le crisi non sono altro che un processo di cambiamento. Siamo costretti a lavorare insieme e nei Comuni ciò avviene. Ciò che bisogna evitare è lo scontro diretto che acuisce le differenze".