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Non ci dimenticate
L´appello del vescovo di Mantova a due mesi dalle scosse del 29 maggio
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Tre scosse nel giro di una mattinata. Così la paura del terremoto, il 29 maggio, ha assunto un’altra dimensione, con nuove vittime, tanta distruzione e soprattutto la percezione ancor maggiore della fragilità, e che il peggio non era passato con la notte del 20 maggio. A più di due mesi dall’inizio dell’attività sismica nella Pianura padana, secondo l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, “sono stati oltre 2.300 gli eventi registrati dalla Rete sismica nazionale”, dei quali circa 2 mila nel primo mese, e tra questi “7 con magnitudo al di sopra o uguale a 5.0 e 27 con magnitudo compresa tra 4.0 e 5.0”. Epicentro delle scosse del 29 maggio le località di Mirandola, Medolla e Cavezzo, in Emilia ma pure a pochi chilometri dal confine lombardo. E se a due mesi da quella data è già calata drasticamente l’attenzione mediatica su tutte le zone colpite, fin da subito la connotazione “emiliana” del terremoto ha fatto sì che passassero in larga parte sotto silenzio altri paesi altrettanto feriti: principalmente la bassa mantovana, in Lombardia, e poi il Veneto. Proprio nel mantovano, a Moglia (nella foto la chiesa parrocchiale), venerdì 27 luglio è stato chiuso il campo che prima ospitava 163 persone, ultima area d’accoglienza ancora attiva in Lombardia. Non sono però finiti i problemi per i tanti che sono tuttora senza casa, e magari pure senza lavoro. Francesco Rossi, per il Sir, ha interpellato in proposito il vescovo di Mantova, mons. Roberto Busti.

Sul settimanale diocesano, negli auguri alla diocesi per l’estate, esprime “amarezza” per quest’assenza mediatica…
“Sono due i motivi di amarezza. Il primo riguarda l’assenza della comunicazione mediatica nazionale. Non ci si rende conto non solo delle chiese danneggiate nel mantovano, alcune delle quali probabilmente andranno abbattute, ma neppure della situazione delle persone. Qui ne abbiamo 2 mila che devono trovare una casa e tante con il lavoro a rischio. In secondo luogo l’amarezza è nel constatare che la politica, le Istituzioni non hanno trovato quelle risorse necessarie per la messa in sicurezza delle realtà danneggiate. Qualche tempo fa si era ventilata l’ipotesi di destinare all’emergenza terremoto parte del finanziamento che avrebbero dovuto ricevere i partiti a luglio. Poi nessuno ne ha più parlato e la proposta rischia di finire dimenticata… Eppure la metà di quei soldi sarebbe stata sufficiente per mettere in sicurezza tutta l’Emilia e il mantovano!”.

C’è il rischio di essere dimenticati anche dagli aiuti pubblici?
“È stato riconosciuto che nel mantovano i danni sono stati il 10% del totale, e non il 4% come detto in un primo tempo… Ma non sappiamo cosa succederà, quanti fondi verranno concessi. Il nostro futuro rischia di essere davvero difficile”.

Nel messaggio alla diocesi parla però anche della volontà di ripresa della sua gente. In cosa si sta concretamente manifestando questa volontà?
“Nel tentativo, ad esempio, di riaprire i centri abitati, perché sono quelli attorno ai quali si svolge la vita del paese. In stretto collegamento con la Caritas e le autorità civili stiamo poi cercando di ridare una casa a molti extracomunitari - pachistani e indiani in particolare - che rappresentano un supporto essenziale per la vita economica e agricola”.

Le difficoltà lavorative come si manifestano nel mantovano?
“Ci sono attività locali in difficoltà; poi ricordiamoci che tanto lavoro dei mantovani serve le aziende dell’Emilia Romagna, in particolare del mirandolese. Se queste non si mettono subito all’opera il rischio è di trovarci molti nuovi disoccupati il prossimo autunno”.

Qualche settimana fa, ha espresso l’auspicio di riaprire entro Natale 40 delle 120 chiese danneggiate. Quali passi state compiendo?
“C’è da predisporre delle schede che diano il quadro della situazione e illustrino come intendiamo intervenire. Abbiamo già presentato questi documenti alla Soprintendenza, che deve dare il suo benestare, e speriamo che prendano in considerazione questi nostri progetti al più presto. Stiamo poi anche cominciando a interessare le ditte che dovranno intervenire”.

Qual è l’onere economico relativo e a chi farà carico?
“Sistemare queste 40 chiese implica un esborso di 6-7 milioni di euro. Per questi danni verrà riconosciuta dalle Istituzioni una percentuale che, però, deve ancora essere definita. Alcuni edifici sono assicurati; per gli altri facciamo appello a tutte quelle realtà che ci possono aiutare”.

Nei giorni scorsi Caritas italiana ha definito i gemellaggi tra le delegazioni regionali e le zone colpite…
“Le diocesi si sono già mosse: Milano, Brescia, Bergamo e altre… Noi abbiamo chiesto con chiarezza di destinare quest’impegno all’attenzione alle persone, ma nello stesso tempo non dimentichiamo l’altra esigenza, altrettanto importante, che è dare una casa alle nostre comunità”.

Come stanno affrontando il periodo estivo queste comunità colpite dal terremoto?
“Abbiamo visto un rinsaldarsi delle nostre comunità attorno alle iniziative che stanno conducendo: oratori, grest, campi, tutti in piena funzione. L’aiuto che prestiamo agli altri diventa particolarmente necessario in questi tempi. E nei gemellaggi l’incontro tra comunità che si sta conducendo in modo sereno e tranquillo dà la forza necessaria per guardare avanti con fiducia”.

29/07/2012 -



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