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Il martire nascosto
Sessant´anni fa l´inizio del calvario del beato Eugenio Bossilkov
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Il mese di luglio ha segnato tre delle tappe più significative della vita del beato Eugenio Bossilkov, martire della Chiesa di Bulgaria sotto il regime comunista. Il 25 luglio 1926 ordinato sacerdote, il 26 luglio 1947 eletto vescovo di Nicopoli, il 16 luglio 1952 l’inizio del suo martirio. Sessant’anni fa, di questo giorno, fu arrestato dalla polizia politica e condotto nel carcere di Sofia. Qui, dopo il solito processo-farsa e dopo mesi di torture fisiche e morali che ne fiaccarono il corpo ma non lo spirito, fu fucilato la notte dell’11 novembre dello stesso 1952. Quest’anno è perciò anche l’anniversario della sua morte.
Una vicenda incredibile quella del vescovo Bossilkov. Le autorità comuniste seppellirono il corpo in luogo sconosciuto e nulla dissero dell’esecuzione nemmeno ai parenti più stretti. Del suo assassinio si saprà solo a venti e più anni di distanza, tanto che fino al 1975 l’Annuario Pontificio continuava a registrare Eugenio Bossilkov come vescovo di Nicopoli, aggiungendo, sotto i dati personali, la seguente annotazione: “Incarcerato per la Fede e successivamente, nell’ottobre 1952, condannato a morte; se ne ignora la sorte”. In altre parole nel mondo libero nessuno sapeva che la condanna era stata eseguita e il vescovo ammazzato. Solo nell’edizione 1976 l’Annuario Pontificio poté prendere atto della morte di Bossilkov e riportare, per la diocesi di Nicopoli, il nominativo del nuovo vescovo nel frattempo nominato. 
Ad un anno della beatificazione, avvenuta a Roma nella basilica vaticana ad opera di Giovanni Paolo II il 15 marzo 1998, le autorità bulgare scoprirono una lapide nel carcere di Sofia dove Eugenio Bossilkov era stato segregato. Il ministro della rinata Giustizia bulgara ebbe parole di compianto e di ammirazione per l’eroico martire della fede. Piena riabilitazione dunque per chi, 47 anni prima, era stato condannato perché “colpevole” di sovversione e spionaggio. La verità era che allora il regime lavorava per far separare la Chiesa cattolica bulgara da Roma. Venne offerta al vescovo la carica di primate della Chiesa nazionale, per dire la Chiesa comunista. Bossilkov oppose sempre un netto rifiuto. A nulla valsero torture, angherie, privazioni di ogni genere, interrogatori estenuanti e minacce perché confessasse crimini inesistenti. Non volle che si chiedesse la grazia per lui. La fucilazione fu la fine del calvario.
Era nato nel 1900 a Beleni, diocesi di Nicopoli, Vincenzo (il nome di battesimo) Bossilkov, entrato giovanissimo nei Passionisti, la congregazione per cui nel 1920 emise la professione religiosa scegliendo il nome di Eugenio. Aveva studiato oltre che in patria, in Belgio, in Olanda, a Roma, ottenendo risultati e riconoscimenti che lo fecero ben presto identificare come uomo di profonda cultura. Ma lui, più che uomo di cultura, preferiva essere uomo d’azione e di preghiera, dedicandosi all’apostolato, alla catechesi, alle attività parrocchiali e alla formazione dei giovani. Nel 1947 fu consacrato vescovo per la diocesi di Nicopoli, di cui in precedenza era stato amministratore apostolico. Nel 1948, sotto un regime sempre più staliniano, sospettoso e repressivo, riesce ad ottenere il permesso per un breve viaggio a Roma, dove il 17 settembre è ricevuto da Pio XII. Molti gli consigliano di non tornare in Bulgaria. “Io sono il pastore, là è il mio gregge. Non posso abbandonarlo”, risponde. In patria lo attendeva il martirio.

16/07/2012 -



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