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In piedi dopo il crollo
Urgenza e sicurezza: un binomio per la ripresa dell´attività produttiva
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Tempo e denaro. Sono le due risorse principali per riprendere l’attività nelle tante aziende – tra le quali molte sono piccole o medie – fermate dal terremoto. Secondo i dati diffusi da Confartigianato, nei 110 Comuni colpiti sono localizzate 55.175 imprese artigiane, pari al 29,3% delle 188.020 imprese, con 124.894 addetti. Escludendo i capoluoghi, l’incidenza dell’artigianato arriva al 33,6%. Tra le 6 province interessate, quella in cui i Comuni coinvolti dal terremoto registrano un numero più alto di addetti attivi nell’artigianato è Modena, dove si contano 35.758 impiegati in imprese artigiane, seguita da Bologna (31.020 unità), Reggio Emilia (23.149), Mantova (15.750), Ferrara (12.606) e Rovigo (6.611).

Conciliare urgenza e sicurezza. “Trovare rapidamente la conciliazione tra urgenza e sicurezza” è il monito lanciato da Cesare Fumagalli, segretario generale di Confartigianato, che lo ha ripetuto pure al prefetto Gabrielli e al presidente della Regione Errani. “Il difficile – evidenzia – è quel punto di compromesso tra sicurezza da garantire a tutti e urgenza di non stare troppo tempo fuori dal mercato”. Il segretario di Confartigianato fa presente come nei distretti in ginocchio vi siano “aziende in filiera” che in caso di ritardi nelle consegne e prolungate sospensioni dell’attività corrono il rischio concreto di essere estromesse dal mercato. “La gente – annota – ha paura che venga sottovalutato quello che ha subito: gli imprenditori hanno visto azzerarsi ciò che hanno costruito in una vita” e nutrono il timore di non poter più rialzarsi. Di sicuro, richiama Fumagalli, se non si trova “rapidamente la conciliazione” tra “urgenza e sicurezza”, tutti gli sforzi di questi giorni per andare avanti “saranno inutili”.

Una tensostruttura al posto del capannone. Condivide l’appello del segretario generale pure Giampaolo Palazzi, che non solo è presidente dell’Anap Confartigianato (Associazione nazionale anziani e pensionati), ma è pure uno di quegli imprenditori emiliani che vivono sulla propria pelle il terremoto: la sua officina di meccanica di precisione ha sede a San Felice sul Panaro e in questi giorni è pronta a ripartire, avendo però sostituito il capannone con una tensostruttura. “Questa zona è importantissima per tutto il Paese, che rischia di perdere il 2% del Prodotto interno lordo se si ferma l’Emilia del terremoto”, sottolinea Palazzi chiedendo alle istituzioni solo “un po’ di supporto”. Racconta quindi al Sir che, dopo la prima scossa, il suo capannone “era inagibile, con le colonne lesionate, così ho chiamato un’impresa per metterlo in sicurezza scoperchiandone una parte”. In tal modo il 29 “non è successo quasi nulla” e si sono potuti recuperare i macchinari. Finito di scoperchiare il tetto e “tranciate le colonne”, è rimasto “un grande piazzale da 1.500 metri quadrati con macchine utensili qua e là”, sul quale è stata installata una tensostruttura per ricominciare a produrre “dalla prossima settimana”.

Il terremoto dopo la crisi. Solo il noleggio della tensostruttura, però, “costa 18 mila euro per tre mesi”. Da qui la richiesta di supporto, anche economico. “Ci sono tante piccole aziende che con questa crisi hanno già sofferto, puntavano alla sopravvivenza e, in diversi casi, non sapevano se sarebbero arrivate al prossimo anno”. Ora, “senza un aiuto non si possono risollevare” e il terremoto rischia di accelerare le chiusure, con conseguenti licenziamenti del personale e famiglie senza un lavoro. Sul piano economico l’intervento, ad avviso di Palazzi, deve passare da “contributi a fondo perduto” e “prestiti concessi a basso tasso d’interesse, senza richiedere garanzie impossibili da dare”. “Il popolo emiliano ha bisogno di certezze, non chiacchiere”, e se “gli attestati di solidarietà e gli aiuti di tante persone sono giunti da tutt’Italia”, la vera ricostruzione passa dal “riaprire le fabbriche e far lavorare gli operai”. Per ciò che la riguarda, “la gente emiliana – conclude Palazzi – non ha paura e non si ferma”.

Un aiuto dalle aziende del Nordest. Frattanto ci sono altre aziende “colpite” dal terremoto, ma nel cuore dei loro dipendenti, che si sono attivati per inviare furgoni carichi di prodotti per igiene alimentare, giochi per bambini, acqua, alimenti a lunga conservazione e altro ancora. Sono nel Nordest e a coordinarle è il gruppo veronese “Sorgente”, che le riunisce. Un primo camion è giunto venerdì a San Felice sul Panaro, Rovereto sul Secchia e Novi, distribuendo ciò che era stato chiesto secondo “una lista fornita dal centro operativo comunale di Sassuolo”, spiega Roberto Nesci, incaricato dal gruppo di seguire tutte le fasi dell’operazione “fino alla consegna alle famiglie maggiormente bisognose”. “È un gesto di solidarietà nato spontaneamente da molti nostri dipendenti, che hanno dedicato tempo e risorse personali all’iniziativa”, precisa il direttore generale del Gruppo, Roberto Bissoli; “il messaggio che dal Veneto vogliamo dare alle popolazioni colpite è di non sentirsi sole”. Ci sono aziende in ginocchio e famiglie che temono di non aver più il lavoro, ma anche altre pronte a dare una mano. Anche così si può guardare avanti.

17/06/2012 -



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