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Per sentirsi insieme
Da Baghdad e Mosul una delegazione irachena all´incontro mondiale
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Al VII incontro mondiale delle famiglie (Milano, 30 maggio – 3 giugno) c’è anche una delegazione della Chiesa cattolica irachena, composta da due sacerdoti, due laici, una giovane consacrata e nove coppie provenienti da Baghdad e Mosul, e guidata da mons. Shlemon Warduni, vicario patriarcale caldeo di Baghdad. Quest’ultimo, a fine aprile, aveva annunciato al Sir il desiderio di partecipare con una rappresentanza irachena. Desiderio che si è realizzato come spiega oggi al sito Baghdadhope: “Sono felice di essere qui a Milano perché è la prima volta che una rappresentanza irachena partecipa all’incontro mondiale delle famiglie. Da pochi mesi è nato in Iraq un Comitato religioso per la famiglia e la nostra presenza è il suo primo, grande, risultato”.

Tante sfide. Nell’Iraq tribolato, segnato da instabilità politica e da scontri settari, in cui a farne le spese sono anche e soprattutto i cristiani, la famiglia resta un baluardo di unità contro la divisione e la disgregazione. Mons. Warduni ribadisce così l’importanza della famiglia nella società irachena, in particolar modo nella sua componente cristiana: “Per gli iracheni cristiani la famiglia ha un grande ruolo perché, nonostante tutto ciò che è successo, è un nucleo compatto. Essa risente, certo, delle difficoltà legate a diversi fattori quali l’emigrazione, l’insicurezza, la mancanza di stabilità e lavoro, e addirittura di mezzi di sostentamento. Tutti fattori che si traducono nella diminuzione del numero di figli per famiglia e anche sulla continuità della stessa istituzione familiare”. Sono sfide da affrontare che influiscono sui rapporti interni familiari in modo diverso. “Pensiamo – dichiara il vescovo caldeo – ai casi di famiglie in cui il padre o la madre hanno lasciato il Paese e la loro mancanza ha quindi spostato gli equilibri familiari facendoli a volte crollare. Pensiamo ai genitori che hanno figli in altri continenti e sono rimasti soli, o a quegli stessi figli che erano sicuri di trovare la felicità altrove e che invece soffrono lontani da casa e dagli affetti più cari. La disgregazione della famiglia è ciò che più ne mina la coesione e ne muta i rapporti interni”. Rabbia e frustrazione che stanno provocando un aumento di casi di violenza domestica, anche se, sottolinea mons. Warduni, “assistiamo a casi in cui le difficoltà hanno unito ancor di più le famiglie che reagiscono compatte alle avversità”. Tra le tante sfide che impegnano le famiglie e la Chiesa irachena, l’emigrazione è quella che preoccupa di più: “In termini psicologici essa crea disgregazione negli affetti, senso di abbandono in chi rimane e di struggente nostalgia in chi parte, rompe l’armonia familiare. L’ansia di emigrare alla ricerca di sicurezza e lavoro produce giovani frustrati che non possono o non riescono a immaginare il proprio futuro, e genitori combattuti tra il desiderio di tenere vicini i propri figli e quello di accontentarli fornendo loro i mezzi per partire”. A ciò si aggiunge anche la gravità dei traumi vissuti dalla popolazione che si riflette anche all’interno del nucleo familiare. Vivere la quotidianità del dolore, della paura, e dell’insicurezza non è facile”.

L’impegno della Chiesa. “La Chiesa però non può aiutare in questo senso. Noi siamo sacerdoti, non psicologi”, dice il vicario. “Ciò che possiamo fare è accogliere i nostri fedeli e raccogliere i loro sfoghi e le loro frustrazioni ricordando loro che la speranza non deve morire perché dove c’è Dio c’è sempre speranza”. Da parte della Chiesa c’è tutta la volontà di aiutare le famiglie e preservarne l’unità: “Come sacerdoti parliamo alle famiglie, organizziamo il catechismo, i raduni dei giovani, ci prendiamo cura, per quanto possiamo, delle persone che vivono maggiori difficoltà ad esempio attraverso organizzazioni come ‘Amore e Gioia’ che si occupa di disabili o la Caritas. Anche la Chiesa vive periodi di difficoltà e, malgrado le insufficienti risorse materiali e umane, cerca di fare il possibile per preservare la famiglia come nucleo vitale della società”. “Siamo arrivati a Milano per spezzare l’isolamento in cui le nostre famiglie si trovano – conclude mons. Warduni –, questa esperienza darà speranza e coraggio. Le famiglie irachene vogliono vivere come tutte le altre famiglie del mondo, vogliono testimoniare la necessità di non perdere la speranza cristiana che è sempre viva, reagire insieme alle altre famiglie agli attacchi cui sono sottoposte in modi e misure diverse in tutto il mondo. La famiglia è sotto attacco di chi la vuole disgregare e la fede che ne unisce i componenti è la risposta. La famiglia è un seme da cui nasce un grande albero e anche laddove ci sono problemi dobbiamo seguire la via del Signore. Le coppie di Baghdad e Mosul che vivranno l’esperienza di Milano torneranno a casa arricchite da nuove speranze e non mancheranno di trasmetterle perché la rete delle famiglie cristiane nel mondo diventi più forte e nella coesione e nella fede trovi pace e serenità”.

30/05/2012 -



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