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Ciò che conta davvero
Il filo del dolore e della speranza che unisce L´Aquila a l´Emilia
Ancora un’emergenza in Italia. Questa volta in Emilia. Un terremoto che ha portato via con sé 7 persone e tanti luoghi, artistici e non, che custodivano la storia di generazioni e generazioni di persone. Moltissime chiese sono inagibili. Basta parlare con qualche aquilano o leggere i commenti su Facebook per capire cosa si provi dalle nostre parti in queste ore. Ricordi, tanti, di un dramma di cui ancora oggi si pagano le conseguenze. Conseguenze sul piano sociale perché è molto difficile ricomporre un tessuto estremamente disgregato da pochi secondi di scosse telluriche. Sul piano economico perché sono troppe fino ad oggi le attività produttive che non sono riuscite a ripartire nel capoluogo abruzzese. Conseguenze sul piano personale: una quotidianità interrotta e sconvolta che richiede un grande sforzo per ricercare nuovi punti di riferimento che aiutino a recuperare un po’ di “normalità”; relazioni più difficili da coltivare a causa dello sparpagliamento sul territorio di quello che prima era un vicino di casa, un parente stretto o un amico. E poi a tutto questo si aggiunge la difficoltà a trovare un senso a quanto accaduto soprattutto quando ai danni del sisma si aggiungono quelli dell’uomo. Sì, perché se è vero che è stata davvero straordinaria la solidarietà di tutti gli italiani nei confronti degli abruzzesi, è altrettanto vero che alcuni, aquilani e non, hanno pensato di guadagnare sulla pelle dei terremotati. Sono i cosiddetti “furbetti del terremoto” ovvero chi, magari per paura o per pura voglia di speculare, ha cercato di accaparrarsi il più possibile. Un terremoto, infatti, come un insegnante severo, ti ricorda con violenza che è proprio un’illusione pensare di controllare la realtà che si vive. La stessa vita come quella dei 309 aquilani o dei 7 emiliani in pochi secondi può trovare il suo epilogo. Il terremoto, dunque, ti toglie ogni certezza e ti costringe a rivedere, riorganizzare la tua vita con tutta la fatica che questo comporta. Questa esperienza ha rappresentato per molti anche il volano per cambiare vita, riscoprire valori che magari prima vivevano soffocati nel cuore. Altri, invece, hanno preferito applicare il noto adagio “com’era dov’era” non solo per la ricostruzione di una casa o di un bene in generale ma anche per la ricostruzione della propria vita. Dal giorno del terremoto in poi sembra quanto mai vero un detto attribuito a san Francesco d’Assisi: “Non appoggiarti all’uomo: deve morire. Non appoggiarti all’albero: deve seccare. Non appoggiarti al muro: deve crollare. Appoggiati a Dio, a Dio soltanto. Lui rimane sempre”. Con questa consapevolezza si può affrontare, anche con il cuore sereno, il lungo cammino della ricostruzione sociale e materiale che per il prossimo ventennio (speriamo basti!) vedrà impegnati tutti noi aquilani. D’altronde la ricostruzione è un debito che abbiamo nei confronti di chi quella notte, in Abruzzo come in Emilia ci ha lasciato. Significative, a tal proposito, le parole di Benedetto XVI che durante la visita nella tendopoli di Onna il 28 aprile 2009 esortava tutti dicendo che coloro che non ci sono più attendono da chi è sopravvissuto una testimonianza di coraggio e di speranza. “È proprio in nome di questi fratelli e sorelle che ci si deve impegnare nuovamente a vivere facendo ricorso a ciò che non muore e che il terremoto non ha distrutto e non può distruggere: l’amore”.
(*) direttore di “Vola” (L’Aquila)
25/05/2012 - Claudio Tracanna (*)
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