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La forza di rialzarsi
La sfida per un Paese scosso da crisi e ombre inquietanti
Un altro terremoto. Ancora una volta crolli e vittime, sfollati, angoscia, dolore e distruzione. Le scosse che hanno messo in ginocchio l’Emilia non hanno avuto conseguenze così devastanti come quelle dell’Aquila, o di San Giuliano di Puglia, ma il dolore per le vittime non va con l’aritmetica. Anche una sola è di troppo. E poi c’è un territorio devastato, sfregiato nei suoi simboli, come le chiese e i municipi, i riferimenti intorno ai quali si è costruita la comunità e intorno ai quali sarà possibile di nuovo ricompattare le persone. Il terremoto ha colpito una zona particolare, certo, ma ancora una volta è come se colpisse l’Italia intera, tutti noi. Non è retorica. Basti pensare alla mobilitazione che segue ogni volta gli eventi tragici. La macchina della solidarietà si mette in moto e insieme alle istituzioni arrivano i volontari, si avviano le azioni di soccorso, il sostegno a distanza... Ogni volta, nel buio della tragedia ci sono i lampi di luce di tanta umanità che si vede e si tocca. Ha ragione il cardinale Bagnasco quando sottolinea che una calamità, sempre possibile, “ci fa toccare tragicamente la fragilità dell’esistenza umana”. Ed è in questa fragilità percepita che spesso si riaffermano quei valori di solidarietà, vicinanza, comprensione, condivisione, che la vita ordinaria delle nostre città e dei nostri paesi mette talvolta in secondo piano. Non è una consolazione che tolga il dolore di chi perde persone care e i mezzi di sussistenza. Non restituisce le vittime. Tuttavia, indica la capacità di reagire, di cercare e trovare un senso nei momenti più bui, la speranza, ogni volta risorgente, di poter ricostruire non solo i campanili, le torri e i municipi, ma le comunità che vi stanno intorno. Con una consapevolezza rinnovata. Il terremoto dell’Emilia ferisce una volta di più un’Italia già “terremotata”, scossa da una crisi profonda che non è solo economica e per uscire dalla quale, oltre alle necessarie manovre di rigore e soprattutto ai correttivi per lo sviluppo, serve un serio ripensamento del patto sociale, via via sgretolatosi in questi anni. Sulle macerie di questa crisi lunga e feroce si aggirano anche le ombre inquietanti di sbocchi violenti, tristi ripetizioni di stagioni già viste. E superate. Proprio questo deve aiutare ad allontanare il pericolo più forte, che è quello della rassegnazione, del pensare che tutto è crollato o crolla e non si può ricostruire. Serve, oggi più di prima, uno sguardo positivo sul futuro. Non banale, ma capace di richiamare le responsabilità, richiedere alle istituzioni di rispondere alle attese e, soprattutto, di riavviare un meccanismo di partecipazione sociale che possa stabilire un nuovo punto di partenza. Questa è la sfida grande che aspetta un Paese “a rischio sismico elevato”, come dicono alcuni esperti del settore, ma che già in più occasioni ha dato prova di sapersi risollevare. Si scava sotto le macerie. Anche con le mani. Ma nessuno vuole darsi per vinto.
22/05/2012 - Alberto Campoleoni
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