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Dove è la festa?
La risposta non è nei centri commerciali e nei negozi aperti
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Ci ritroviamo con la notizia che per la Festa dei lavoratori, il Primo Maggio, centri commerciali e diversi negozi rimarranno aperti.
C’è la crisi. Durante la festa qualcuno, forse, acquisterà qualcosa...
Il lavoro scarseggia.
Sono pochi i lavoratori in Italia. Se uniamo gli inattivi ai disoccupati arriviamo a 5 milioni di cittadini. Tra i primi si trovano gli scoraggiati che non cercano più lavoro, ma gran parte di loro – quasi 2 milioni e 900 mila – accetterebbero un’offerta.
Non se la passano meglio gli imprenditori, quelli che il lavoro lo dovrebbero offrire: la cronaca ci racconta dei loro suicidi, perché non riescono a contenere le spese, perché sono costretti a licenziare, perché devono chiudere. Nell’ultimo anno più di 11 mila aziende hanno dichiarato fallimento.
Allora proviamo a camuffare le feste, civili o religiose, trasformiamole in tempo libero, così svuotate forse aiuteremo i consumi e stimoleremo un’economia affaticata.
Le soluzioni di questo tipo mostrano la mancanza di consapevolezza della natura della crisi che viviamo.
Ci siamo dimenticati che lavorare ha senso per festeggiare, perché nella festa noi godiamo del nostro operato e viviamo le relazioni che rendono una vita degna.
Nella festa condividiamo con gli altri il frutto del nostro lavoro.
Giuseppe Toniolo scriveva in un saggio, “Se io fossi riformatore”, pubblicato su “I fondamenti della società cristiana”: “Ma so che l’uomo non vive di solo pane e che non è soltanto una questione di ventre la crisi sociale che imperversa. Perciò l’uomo a caccia di dollari o avaro custode dei sudati guadagni non appaga l’ideale dell’anima mia. Essa vagheggia l’uomo riabilitato dal lavoro, non però vittima di esso: e tale che sotto la giubba dell’operaio viva pur della vita dello spirito, né dimentichi di essere marito, padre, cittadino e partecipi al flusso quotidiano del progresso sociale”.
Il nuovo beato ci ricorda che se non recuperiamo l’importanza di essere marito, padre, cittadino e se non godiamo del bene comune costruito insieme, allora non ci sarà aumento del consumo capace di farci uscire dalla crisi.
La scarsità di lavoro e la difficoltà di vedersi garantiti degli investimenti mostrano una mancanza di senso.
Si è spostato il motivo del lavorare esclusivamente sul guadagno: per mangiare, per arricchirsi, per togliersi soddisfazioni.
Ci si è concentrati su un’economia fittizia del consumo e della finanza, che tesa a “cacciare i dollari” ha prodotto inutilità e debiti, e finito per rendere l’uomo vittima del suo lavoro, come l’economista proclamato beato sottolineava.
Il lavoro ha la forza di “riabilitare” l’uomo e la donna, se porta alla festa dove si può distribuire il bene comune, altrimenti si soffoca.

30/04/2012 - Andrea Casavecchia



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