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Uno spettacolo speciale
Ieri a Viterbo il ´´messaggio´´ dei detenuti agli studenti
Quando uno spettacolo viene rappresentato in un carcere, ogni volontà di assistervi da spettatore puro, libero da pregiudizi, svanisce. Si vorrebbe vedere lo spettacolo come un qualsiasi spettacolo, valutarne il valore artistico, la resa drammaturgica, la prova attoriale, con l’intento di renderlo uguale agli altri, degno di critica. Ma quando si arriva nel luogo della rappresentazione, dopo aver attraversato porte automatiche, porte d’acciaio, metal detector, si è chiamati ad abbandonare ogni resistenza, ogni volontà. Si raggiunge il teatro lasciando lungo il percorso documenti, firme, e poi telefoni, borse. Si viene accompagnati, custoditi. Al teatro si arriva senza alcun oggetto, senza alcun aiuto. Parte della platea è già piena. Un blocco unico di persone, di uomini, riempie una metà del settore centrale. Sono i detenuti che assisteranno allo spettacolo. Tutti seduti, controllati. Ai lati, distanti, separati da file di sedie vuote, si accomodano gli ospiti. Si alzano, si spostano, si salutano, sorridono. Undici attori, detenuti nella Casa circondariale di Viterbo, mettono in scena, condotti dalla regista Mariella Sto, una versione attualizzata della "Ifigenia in Aulide" di Euripide. La storia di Agamennone, tormentato dalla terribile scelta inflitta da Artemide, tra il ruolo umano di padre e quello istituzionale di comandante, diventa la storia di un boss della malavita, che arriva a uccidere la figlia per il potere, condannando alla tragedia l’intera famiglia. Gli attori recitano nel loro dialetto, mescolano la poesia di Euripide ai loro proverbi e alle loro parole. Creano una corrispondenza concreta con quella parte del pubblico che li acclama, li sostiene, li applaude, li riconosce. Gli altri, gli ospiti, rimangono spettatori. "La storia di Agamennone non è paragonabile ai giorni nostri. Ma come la vita ci insegna, la storia si ripete, non in questa ma in altre tragedie", ammette uno degli attori alla fine dello spettacolo, chiamato a rispondere alle domande dei ragazzi delle scuole viterbesi, invitati all’evento. Una presenza, quella dei ragazzi, necessaria "affinché il carcere sia concepito non più come parte slegata della città", sottolinea l’assessore alle politiche giovanili di Viterbo Daniele Sabatini, all’inizio dello spettacolo: "A voi giovani – dice – è affidato il compito di portare nelle vostre famiglie le emozioni vissute oggi". Cosa si prova a entrare in un altro personaggio, in un’altra vita? Chiedono gli studenti. "Il teatro, nella nostra sofferenza, ci porta a elevarci", rispondono gli attori. Non parlano di recitazione, di finzione, di altro da sé. Parlano di loro stessi, della "verità data dal dolore"; "La verità non riuscirà a cambiarci – ammettono - ma ci darà la possibilità di pensare, di scegliere la prossima volta". Uno spettacolo in carcere non è uno spettacolo come un altro. È un momento speciale, in un luogo speciale. È una messa in scena che rivela una verità, con attori che non recitano ma vivono sul palco. È teatro.
21/04/2012 - Marta Fallani
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