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Versione testuale - Europa
Finirà l´inverno?
Lo studio del Ccee su demografia e famiglia
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Ci sono i volti, le parole e le esperienze di mamme, papà e bambini provenienti da tutta Europa nei padiglioni della Fiera di Milano dove è in corso il VII Incontro mondiale delle famiglie che si concluderà domenica 3 giugno. Sono oltre venti le delegazioni presenti: Austria, Belgio, Bosnia-Erzegovina, Croazia, Francia, Georgia, Germania, Inghilterra, Irlanda, Italia, Lituania, Lussemburgo, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Romania, Scozia, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svizzera, Ucraina, Ungheria, Albania, Bielorussia, Grecia, Russia e Serbia. A queste delegazioni si aggiungono i rappresentanti del Consiglio delle Conferenze episcopali europee (Ccee) e della Commissione degli episcopati della comunità europea (Comece).

Il problema è culturale. E proprio del futuro dell’Europa di fronte al cosiddetto "inverno demografico" si è parlato il 31 maggio durante la presentazione del volume "I vescovi europei su demografia e famiglia in Europa" (ed. Cantagalli) a cui è intervenuto il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genoa, presidente della Conferenza episcopale italiana e vicepresidente del Consiglio delle Conferenze episcopali europee (Ccee). "La ragione del calo delle nascite – ha esordito il cardinale – non è soltanto di tipo politico-economico. Nasce anche da una povertà culturale e morale, che ha di molto preceduto l’attuale crisi economico-finanziaria che attanaglia l’Europa". Quello dell’"inverno demografico" è da tempo tra le priorità del Ccee che vi ha dedicato la 40° assemblea plenaria svoltasi a Zagabria nell’ottobre 2010. Il volume raccoglie il dibattito dell’assemblea, corredato dai risultati di un’inchiesta realizzata per quell’incontro con il coinvolgimento delle Conferenze episcopali di 47 Paesi. "Su questo decremento demografico – ha spiegato il card. Bagnasco – ha sicuramente un influsso il tipo di politiche familiari che i diversi Paesi stabiliscano, ma anche il clima culturale diffuso, che tende a relativizzare valori e istituzioni, e che incide non poco sui comportamenti personali e sociali". Quella della Chiesa per la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, ha proseguito il cardinale, "è un’attenzione che nasce dalla consapevolezza del valore di questa ineguagliabile e spesso maltrattata struttura antropologica, l’unica che ci consenta di proiettarci nel futuro".

L’importanza delle scelte politiche. Per capire la portata del calo della natalità è sufficiente un dato presentato da Gian Carlo Blangiardo, uno dei curatori della ricerca: "Nella stragrande maggioranza dei Paesi Ocse il numero di figli per donna è inferiore a due, ovvero inferiore alla soglia che garantisce il ricambio tra generazioni. Negli anni Settanta erano quasi tutti al di sopra". Guardando all’attenzione che i diversi Paesi europei dimostrano nei confronti di queste tematiche, il ricercatore ha evidenziato una realtà "abbastanza diversificata". "È però un dato assodato – ha proseguito Blangiardo – che nei Paesi in cui vi sono maggiori risorse pubbliche destinate al welfare e a politiche specifiche il livello di preoccupazione sia più basso".

Quale via d’uscita? "La ricetta – ha concluso il card. Bagnasco – non può essere quella che ci ha portato a un presente difficile: non è con più consumo e meno figli che risistemeremo l’economia, quanto con una revisione radicale delle priorità. Pertanto, è necessario che i cattolici sappiano, con l’ausilio di una fede più consapevole e vissuta, valutare con senso critico la cultura dominante che ha messo in discussione valori come la vita umana, la persona nella sua struttura oggettiva, la libertà come responsabilità morale, la fedeltà, l’amore e la famiglia". "L’evoluzione della popolazione del continente – ha concluso il vicepresidente del Ccee – è strettamente legata alla questione della famiglia".



Scheda
L’indice di fecondità in Europa è quasi dappertutto al di sotto di 2 bambini per donna in età fertile. Nei Paesi dove persiste una forte immigrazione il dato diventa meno preoccupante (Belgio, Germania, Lussemburgo, Francia, Spagna...). Dove invece l’immigrazione è modesta o quasi del tutto assente, come nell’Est europeo, il processo d’invecchiamento medio della popolazione è più rapido (come nel caso della Slovenia, con un indice di fecondità di 1,2). Nei Paesi del nord Europa, soprattutto Svezia, Francia e Islanda, anche grazie a più accentuate politiche di sostegno della natalità, le nascite sono di segno positivo (oltre 2 figli per donna). In aumento, inoltre, il numero di famiglie europee senza figli (41%) o con un solo figlio (27%); le coppie con due figli sono meno di un quarto e quelle con tre o più figli il 6%. Lievita il numero dei neonati fuori dal matrimonio: sono 1 su 3 in Europa e in alcune nazioni del Nord e dell’Est arrivano a superare il 50% delle nascite. In un continente sempre più vecchio gli anziani tendono a superare il numero dei minori; le persone con più di 80 anni sono quasi 30 milioni.

01/06/2012 -



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