Versione testuale
- Europa
Non può vivere sola
Il vescovo Ladislav Nemet e la candidatura Ue del Paese balcanico
Il 1° marzo, il Consiglio Ue ha concesso alla Serbia lo status di candidata all’ingresso nell’Unione. Nel dare l’annuncio, il presidente Herman Van Rompuy ha detto: "Ora può cominciare un nuovo capitolo nelle relazioni tra l’Europa e Belgrado". A margine dell’incontro dei presidenti delle Conferenze episcopali del Sud-Est Europa a Strasburgo (5-7 marzo), Maria Chiara Biagioni, per Sir Europa, ha intervistato mons. Ladislav Nemet, segretario generale della Conferenza episcopale internazionale Santi Cirillo e Metodio di cui fa parte la Serbia, insieme al Montenegro e all’ex-Repubblica jugoslava di Macedonia.
Come vede questo primissimo passo della Serbia verso l’Ue? "È una grande gioia, non solo per noi cattolici ma per tutti i cittadini serbi. La Serbia sta cercando d’intraprendere questa strada verso l’Europa da lunghi anni. I nostri vicini di casa hanno già fatto una strada più lunga come la Croazia e il Montenegro. Per noi è un segno di speranza. Ci sono tanti cittadini serbi che lavorano dappertutto nell’Unione europea e questo per loro è una normalità. Quando tornano a casa, sentono e vedono una Serbia completamente diversa".
Perché diversa? "Da noi il crimine organizzato e la corruzione sono fortissimi e ciò che più preoccupa è che hanno un’influenza molto grande sulla politica a tutti i livelli. Speriamo quindi – sebbene non so quanto questo auspicio possa essere realizzabile – che una vicinanza alla comunità europea e alle istituzioni europee aiutino la Serbia a costruire un Paese più democratico, più aperto e anche più sicuro per gli investimenti stranieri. Adesso con una legislatura molto caotica, non tanto chiara e trasparente, questi tipi d’investimento non sono incoraggiati. È rimasta in sospeso anche la domanda per le proprietà confiscate e nazionalizzate dopo la seconda guerra mondiale, che non sono state ancora ridate indietro ai loro giusti proprietari. Anche la Chiesa cattolica ha grandissimi problemi in questo caso".
Quali sono i problemi più forti? "La provincia autonoma del Kosovo che ha proclamato la sua indipendenza dalla Serbia nell’anno 2009 è, per così dire, un tema ancora molto acceso. Sappiamo che sotto la pressione della comunità internazionale si è arrivati ad un modus vivendi. Il problema, invece, politico circa il riconoscimento del Kosovo è ancora totalmente aperto. Però a causa dello sforzo che il nostro governo sta facendo per chiarire questa situazione si stanno purtroppo perdendo tante energie che potrebbero essere invece utilizzate per migliorare la situazione quotidiana dei nostri concittadini. La Serbia va da una crisi economica all’altra. E la disoccupazione – altro grande problema del Paese – ha raggiunto una percentuale del 27%, ma sono dati statistici ufficiali che non tengono conto delle situazioni sommerse. Anche lo Stato non ha risorse per pagare le assistenze sociali dalla scuola alla sanità".
Non avete paura che entrando nell’Ue la Serbia faccia la fine della Grecia? "Penso di no. Noi diciamo scherzando che la Grecia sta ancora bene, o comunque meglio della Serbia. Tenga poi presente che la maggior fonte della Serbia sono i soldi che ci mandano i nostri concittadini che lavorano all’estero. Si tratta di un totale di 5 miliardi di euro ogni anno e senza questi soldi lo Stato andrebbe in bancarotta. L’avvicinamento all’Ue significa anche la possibilità d’inserirci in progetti interregionali con Paesi come Bulgaria, Romania, Croazia, Ungheria – tutte queste nazioni hanno minoranze significative in Serbia. Un Paese piccolo come la Serbia non può vivere da solo, ha bisogno di collaborazione e d’investimenti".
Perché l’Europa dovrebbe dire di sì alla Serbia? "Intanto per una maggiore sicurezza dei cittadini europei. Se non si risolvono i problemi di fondo della corruzione e del crimine organizzato, questo può creare grandi problemi anche per l’Europa. Alcuni dei maggiori narcotrafficanti vengono da questa regione. C’è in Serbia un buco di leggi e controllo, e questo permette l’utilizzo di questi Paesi per narcotraffico, traffico delle armi e tratta degli essere umani".
Cosa potete invece dare all’Europa? "Penso che qui le Chiese e le comunità religiose possano portare un esempio chiaro del processo di riconfinazione. Un processo lento perché non è facile arrivare al cuore dell’uomo. Penso che la profondità di una riconciliazione dipende anche da fattori molto umani. La religione funziona là dove c’è un’umanità sana. Anche il fattore economico ha un suo peso. Il successo del progetto europeo e della riconciliazione franco-tedesca, dopo la seconda guerra mondiale, era collegato a grandi idee, a valori cristiani e a personaggi eccellenti ma era anche finalizzato allo sviluppo economico. Dare oggi la possibilità a Paesi, come la Serbia, di svilupparsi significa investire in un futuro sicuro per tutti: una pace fragile costa, comunque, meno di una guerra".
09/03/2012 -
|