Versione testuale
- Europa
L´eutanasia in Europa
Un articolo della rivista Etudes di aprile
Diversi Stati europei hanno scelto di legalizzare l’eutanasia. I Paesi Bassi nel 2001, il Belgio nel 2002 e il Lussemburgo nel 2009. Un attento esame delle disposizioni legislative sul fine vita adottate dai principali Stati Ue a partire dal 2005 "rivela due incontestabili orientamenti", osserva Yves-Marie Doublet, docente al master "Etica, scienza, salute e società" dell’Université de Paris Sud 11, in un articolo pubblicato sul numero di aprile di Études, rivista di politica e cultura dei gesuiti di Francia (www.revue-etudes.com[>>]).
Una "doppia evoluzione". Da un lato, afferma Doublet, lontano dall’allinearsi alla legalizzazione dell’eutanasia, "i maggiori Stati europei hanno deciso di fornire un quadro giuridico alla sospensione dei trattamenti, incoraggiando al tempo stesso la pratica delle cure palliative". Dall’altro si sono impegnati per "rafforzare i diritti dei pazienti". Una "doppia evoluzione" da cui la Francia può trarre "insegnamenti utili". Qualcuno ha potuto ritenere che il metodo di legalizzazione dell’eutanasia scelto dal Benelux "avrebbe avuto degli emuli in Europa", ma "a parte il caso del Granducato di Lussemburgo nel 2009, dal 2002 la legalizzazione dell’eutanasia non si è diffusa" nel continente. La Francia nel 2005, la Germania e l’Italia nel 2009 e nel 2011, la Svezia nel 2010 e 2011, e la Spagna nel 2011 non si sono mosse in questa direzione. "Ed occorre tener conto – precisa l’autore dell’articolo - dei 470 milioni di abitanti che rappresentano i Paesi dell’Unione europea al di fuori del Benelux e che non hanno legalizzato l’eutanasia, rispetto ai 28 milioni di persone dei tre Stati che la hanno depenalizzata. Inoltre, "si registra una grande affinità nelle misure legislative e nelle raccomandazioni ’professionali’ dei principali Stati membri dell’Unione europea che hanno optato per un inquadramento dell’interruzione dei trattamenti".
Comunanza di vedute. Una "comunanza di vedute" che secondo Doublet "colpisce, in particolare quando si analizza la legge francese del 22 aprile 2005 sui diritti dei malati e sul fine vita, la cosiddetta ’legge Leonetti’". Oltre a stabilire l’obbligo delle cure palliative, il testo persegue principalmente due obiettivi: "l’affermazione che i trattamenti medici non devono essere perseguiti con irragionevole ostinazione" se sono "inutili" o "sproporzionati", e il primato del "diritto" e della "volontà" del paziente. Simile l’orientamento del diritto tedesco, definito attraverso le direttive anticipate entrate in vigore l’1° settembre 2009, che in casi particolari consentono "l’eutanasia per astensione, limitazione o sospensione dei trattamenti" tenendo conto del "diritto all’autonomia del paziente". Sulla stessa linea le norme stabilite dall’Agenzia svedese per gli affari sociali e la salute (Socialstyrelsen): rispetto per la volontà del malato e divieto della morte procurata intenzionalmente. Il progetto di legge spagnolo depositato nel 2011 dall’allora governo Zapatero presenta invece "direttive più generali", e prevede un registro nazionale per le direttive anticipate. Il rafforzamento del diritto del paziente, è il commento di Doublet, "traduce lo spirito della raccomandazione 1418/199 dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa. Di segno diverso, precisa, il progetto di legge sul cosiddetto "testamento biologico", adottato in Italia dalla Camera dei deputati nel luglio 2011 e attualmente all’esame del Senato, che non rende invece obbligatorie per il medico le direttive anticipate, e intende evitare "sia l’accanimento, sia l’abbandono terapeutico".
Esempio di sussidiarietà. "Più le direttive anticipate sono generali e astratte – avverte Doublet – meno esse suscitano interesse nel paziente e meno sono vincolanti per il medico". Di qui la distinzione operata tra la "grande precisione" richiesta nella redazione di queste direttive da tedeschi e britannici, a fronte della loro "genericità" di Spagna, Italia e Francia: per quest’ultimo Paese Doublet auspica un "riesame" della questione. "Questo panorama europeo – rimarca - mostra che Paesi con culture, storie e religioni assai diverse hanno adottato normative sulla sospensione dei trattamenti e sul fine vita praticamente identiche. Parallelamente, i diritti dei pazienti sono stati considerati vincolanti per il medici in grado diverso". Positivo, per Doublet, che questi Stati si siano mossi spontaneamente, "senza interventi esterni" o "principi definiti a livello europeo sovranazionale". "Elaborate spontaneamente senza aspirare alla redazione di un diritto comune, queste legislazioni sono un bell’esempio di sussidiarietà che ne rafforza la legittimità". In un’epoca in cui "si lamenta un eccesso di imposizione di norme europee – conclude – queste regole traducono una comunanza di punti di vista e di pratiche nazionali che rispecchiano lo zoccolo dei valori che costituiscono il fondamento e l’originalità dell’Europa".
11/05/2012 -
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