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FEDE E MUSICA: MUTI, “COME FANNO CERTI DIRETTORI A DIRSI ATEI?”
“La musica non è comprensione ma rapimento”, afferma da parte sua il maestro Riccardo Muti, dialogando con il card. Ravasi ieri sera nella basilica romana dell’Ara Coeli. Per questo, di fronte a chi ritiene che la musica liturgica debba essere “semplice per essere comprensibile a tutti”, Muti sostiene la “necessità di riportare nelle chiese le grandi composizioni sacre che sono tra i capisaldi della letteratura musicale”, e di “recuperare un certo decoro nelle musiche da eseguire in chiesa”. “Credo – afferma - che la musica abbia la grande capacità di elevare lo spirito di chi viene a pregare, ma anche di chi non crede”. Più in generale, secondo il maestro, “tutto l’universo è pervaso di suoni che noi non possiamo comprendere né sentire, ma che ci attraversano e ci permettono di essere degli esseri creati per la musica”. Di qui la convinzione “che noi non siamo fatti semplicemente di materia”. Interrogandosi sul rapporto fede-musica, e con particolare riferimento al “Libera me Domine” del Requiem di Verdi, “come fanno – si chiede Muti - certi direttori a dirsi atei? Se interpreti una musica e anche un testo ti ci devi calare dentro, e se ti ci cali qualche dubbio ti deve venire”. “È possibile ‘sentire’ questa musica concepita nel senso del dolore, della morte e dell’aldilà, pensando che con la nostra morte tutto finisca?”.
05/06/2012 -
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