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Martedì 21/05/2013

Il filo che unisce
Parlare di Ascensione pensando a un attentato e a un terremoto
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Come parlare di Ascensione del Signore al cielo, luogo della gioia piena, quando abbiamo negli occhi l’esito del “vile attentato” alla scuola di ragazze innocenti? Come proporre questo mistero quando questa notte la terra ha tremato in Italia? E sono solo due esempi di un campionario che, difficilmente, troverebbe la parola fine e ancor meno quella di “happy end”.
Ci ritroviamo a quel nodo, tanto deriso dalla filosofia delle generazioni passate che accusavano il cristianesimo di spostare i problemi nella zona celeste, dimenticando quella terrestre e, quindi, di far quadrare il cerchio?
Non può che esserne la risposta, se il Signore non ha fatto irruzione dentro di noi senza ricevere la risposta di un’adesione profonda, magari travagliata.
Se papa Benedetto afferma che Gesù “ha assunto con sé gli uomini nell’intimità del Padre e così ha rivelato la destinazione finale del nostro pellegrinaggio terreno”, non avviene nessun spostamento di piano o mossa che prometta un “poi” celeste per giustificare un “ora” nero o rosso di sangue innocente, perché tutto è radicato nel mistero di quell’Uomo di Nazareth, Figlio del Padre che “per noi è disceso dal Cielo, e per noi ha patito ed è morto sulla croce, così per noi è risorto ed è risalito a Dio, che perciò non è più lontano”.
Se è assunta la sua carne, assunta è anche tutta la storia, quella nostra, con dolori e gioie, tutto il nostro respirare e agire nella plasmazione quotidiana dei nostri rapporti.
Allora chi crede non si relega nell’ambito di chi è cretino, come a molti garba asserire, ma nell’ambito di chi ha il dono dello sguardo di fede, che trapassa lo scorrere del tempo e lo indirizza nel suo senso proprio.
È una pienezza che, fin d’ora, magari solo a rapidi sprazzi, possiamo intravvedere ma che ci sospinge ancora di più a quell’ascolto della voce di Gesù Cristo che ci svelava il Padre. Si tesse così un rapporto di ascolto e di risposta, di adorazione silente, “come l’incenso, che bruciando, fa salire in alto il suo fumo”, e di grido angosciato che brucia d’indignazione e di rabbia quando siamo testimoni di vigliaccherie organizzate e programmate, come quella in cui Melissa, innocente ragazza di sedici anni, viene consumata dalle fiamme assassine.
Questa è preghiera dai tanti risvolti, dalle tante sfumature, che aprendosi e dilatandosi, grazie a Colui che è asceso con la sua terrestrità e si è fatto carico della nostra, produce un segno grandioso: “Ogni volta che preghiamo, la terra si congiunge al Cielo”.
Non cancelliamo gli eventi, non soffriamo di rimozione o palesiamo un’ingenuità sorridente da sedati nella storia, mostriamo invece il volto di chi “innalza al Signore la fervida e fiduciosa preghiera in Cristo”.
Il fervore, l’ardore, è più forte della fiamma assassina, la fiducia è più salda di chi vuole destabilizzare il nostro Paese, ed è uno dei “doni” di Lui che è asceso, lasciati a noi, perché non si è “separato dalla nostra condizione”, ma l’ha fatta sua.
Di conseguenza, ciascuno di noi, pur nella pochezza e in una vita quanto mai qualsiasi, priva di opere, di gesti da ricordare e tramandare ai posteri, gode di una potenza inaudita che ribalta le azioni e le fa sprizzare in alto: la terra, cioè noi tutti, siamo collegati al Cielo. S’innalzano quei fili che sollevano le miserie e conferiscono loro un esistere eterno, non perché il Giardino dell’Eden in cui Dio passeggia e si fa conoscere ai suoi, venga scosso da ogni oscura umana vicenda ma perché, per quell’Assunzione, tutto acquista un altro significato.
L’orrore della morte di Melissa, l’animo dell’assassino, la cattiveria di chi ha perpetrato l’attentato, passando per la carne del Dio-Uomo, vengono resi alla loro Bellezza perenne, perché Egli ha distrutto il male, sconfiggendo la morte.
Sono ubbie? Fantasie di spiriti esaltati?
Solo l’esito della fede, dell’esperienza dell’amore di Dio nella nostra vita, quella che sorregge quel sentire profondo detto desiderio e che non si spegne mai, neppure in un fuoco incendiario, ma ne esce purificato e temprato.
Giovanni della Croce lo ha vissuto e scritto: “Per vedere realizzati i desideri del nostro cuore, non v’è modo migliore che porre la forza della nostra preghiera in ciò che più piace a Dio. Allora, Egli non ci darà soltanto quanto gli chiediamo, cioè la salvezza, ma anche quanto Egli vede sia conveniente e buono per noi, anche se non glielo chiediamo”.
Chi soffre, i genitori e gli amici di Melissa, ha nelle mani questo filo che sconfigge e unisce la terra al cielo.

20/05/2012 - Cristiana Dobner

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