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Mercoledì 30 Maggio 2012 
FAMIGLIA IN EUROPA 
Domande e nuove frontiere

Nell'Ue crescono le pressioni demografiche e culturali



Meno matrimoni, meno culle; più divorzi, più aborti. Per non parlare dell'"inverno demografico" oppure del rischio-povertà ulteriormente diffusosi in ragione della crisi economica. In Europa non mancano le minacce, interne ed esterne, alla famiglia. Anche se – occorre riconoscerlo – con maggiore attenzione si possono scorgere nel "vecchio continente" molteplici segnali di speranza, dalle tante giovani coppie che si giurano amore per sempre alle mamme che portano a spasso i loro bebè. L'Europa si presenta all'appuntamento con l'Incontro mondiale delle famiglie di Milano con una lunga serie di sfide e di interrogativi che interpellano, fra l'altro, le politiche nazionali e quelle dell'Unione europea proprio in materia di famiglia.

Il nodo demografico. Il primo nodo da considerare riguarda i dati demografici. Nell'Europa del terzo millennio la popolazione con oltre 65 anni d'età è superiore a quella con meno di 15 anni; crescono gli anziani (questo è un elemento positivo se si considera l'aumento dell'aspettativa di vita), ma diminuisce la natalità. I nuclei familiari, sempre più spesso composti da una sola persona (i "single"), mediamente si fermano a 2,5 persone; il che lascia trasparire il fatto che nell'Europa contemporanea nascono sempre meno figli. Le ricerche presentate negli scorsi anni da varie università, da Eurostat oppure dallo spagnolo Institut de politica familiar, rilevano che oggi vengono al mondo oltre 700mila bambini in meno ogni anno rispetto a 30 anni fa (un terzo dei quali nasce al di fuori del matrimonio religioso o civile); le mamme al primo figlio hanno raggiunto la media di età di 29 anni. Gli aborti sono oltre un milione l'anno. I divorzi, anch'essi un milione l'anno, coinvolgono complessivamente tra i 20 e i 25 milioni di figli.

Comportamenti, normative. Il secondo capitolo – non disgiunto da quello delle statistiche - riguarda i comportamenti individuali e collettivi, ovvero la "cultura diffusa". Nell'Europa del 2012 gli atteggiamenti personali denotano una maggiore attenzione su di sé, sulla propria realizzazione personale (affettiva, professionale, ludica…) piuttosto che sulla "responsabilità sociale", che si esplicita anche – non solo, ovviamente - mediante scelte di vita chiare e definitive come il matrimonio e la creazione di una famiglia. Lo stesso si può dire per i figli: i giovani di oggi, che già devono far fronte a tante incertezze poste loro dalla vita e dalla carenza di lavoro, tendono a rimandare le scelte relative alla maternità e paternità. Una innumerevole serie di ricerche lo attesta con chiarezza. Non va poi trascurato un terzo nodo, quello "politico". Nel senso che è difficile scorgere uno Stato europeo che investa senza remore a favore della famiglia, mediante adeguate politiche dei servizi, politiche del lavoro (conciliazione tra vita professionale e domestica), incentivi economici, sgravi fiscali, aiuti ai nuclei numerosi o altro ancora. Le politiche familiari sono tuttora di competenza dei singoli Stati, ma i governi, indipendentemente dal "colore politico" e forse anche perché pressati dalla recessione, sembrano più attenti ad altri "capitoli di spesa" piuttosto che aiutare, favorire, rilanciare la famiglia.

Poca chiarezza. Per quanto riguarda l'Ue, invece, occorre ribadire che essa non ha competenza diretta sulla famiglia, come attestano i trattati, compreso quello di Lisbona. Allegata al Trattato di Lisbona figura d'altronde, con valore cogente, la Carta dei diritti fondamentali, in cui appare l'articolo 9, dove si legge: "Il diritto di sposarsi e il diritto di costituire una famiglia sono garantiti secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l'esercizio". L'Ue non ha quindi potere legislativo sulla famiglia, salvo per alcune questioni di carattere transfrontaliero, come ad esempio i divorzi o le successioni fra persone di diversa nazionalità. Negli ultimi anni, però, ha preso piede la tendenza, soprattutto da parte del Parlamento europeo, di esprimersi mediante risoluzioni non legislative che, pur non avendo valore normativo, tendono a dare una certa interpretazione politica alle relazioni affettive e parentali tra le persone. È il caso di due recenti risoluzioni, una del marzo scorso e una di maggio, dedicate rispettivamente alla parità tra donna e uomo e alla lotta contro l'omofobia, in cui si tende a inserire surrettiziamente un presunto dovere degli Stati dell'Unione di riconoscere alle coppie di fatto o alle unioni omosessuali il medesimo valore e gli stessi diritti della famiglia. D'altro canto l'Ue agisce in positivo a favore della famiglia per vie indirette, ad esempio mediante la tutela della salute, la politica dei consumatori, lo sviluppo delle aree depresse, la tutela dei lavoratori e la conciliazione casa-professione, le politiche migratorie (ricongiungimenti parentali). Una puntuale analisi dell'argomento si deve alla Comece (Commissione degli episcopati dell'Unione europea), che nel 2007 ha dato alle stampe un ampio rapporto denominato "Proposta per una strategia Ue per il sostegno alle coppie e al matrimonio" (www.comece.org), che, oltre a fotografare la situazione nell'Unione, indica numerosi ambiti di possibile intervento in sede nazionale e comunitaria proprio a favore della famiglia.

- GLI ALLEGATI
eur38.rtf (Allegato RTF)