Un confronto promosso dal Cese. Proposta una task force
A pochi giorni dalla presentazione a Strasburgo del "pacchetto occupazione" da parte del Commissario László Andor, il tema del lavoro è tornato ad animare il dibattito anche a Bruxelles. Il Comitato economico e sociale europeo (Cese) e il Forum europeo della gioventù hanno, infatti, promosso venerdì 20 aprile un evento dal titolo "Qualità del lavoro per i giovani: stiamo chiedendo troppo?". La risposta di Peter Matjašič, presidente del Forum europeo della gioventù è stata "Assolutamente, no".
"È il momento di agire". Come è, infatti, emerso dal discorso di Matjašič in apertura della conferenza internazionale, "maggiori garanzie lavorative, oggi, per i giovani, significano società migliori, per tutti, domani". È vero, la situazione economica attuale in Europa è critica, ma, come ha sottolineato Staffan Nilsson, presidente del Cese, "non possiamo continuare a tirare in ballo la crisi come fosse un mantra e restare a guardare cosa accadrà. Non solo questo è il momento giusto per agire, ma non si può più attendere". La risposta alla disoccupazione si chiama flessibilità? – si è domandato Nilsson. "Va bene, ma allora questa deve andare di pari passo con la sicurezza e quindi con maggiori garanzie per combattere il precariato e il dilagare dei contratti atipici". Il "pacchetto occupazione" lanciato dalla Commissione il 18 aprile è parso quindi arrivare al momento opportuno. "La proposta mira a fornire un serio contributo alla ripresa economica: dal salario minimo al taglio delle imposte sul lavoro, da un maggiore riconoscimento delle qualifiche professionali fino a una piena mobilità dei lavoratori e un maggior sostegno alle start up", come ha evidenziato il commissario all'impiego László Andor nel corso dell'incontro. La proposta identifica, inoltre, "ambiti che presentano le migliori prospettive occupazionali per il futuro": l'economia ecocompatibile, i servizi sanitari e le nuove tecnologie della comunicazione e dell'informazione (Tic). Infine, tra gli obiettivi primari della proposta proveniente dall'Esecutivo Ue, figura un maggior coinvolgimento delle parti sociali.
Transizione scuola-lavoro. Una partecipazione al dibattito anche da parte dei giovani è stata invocata, invece, dallo stesso Peter Matjašič che ha affermato: "Più che vittime di questa stagnazione economica, i nostri giovani potrebbero esserne la risorsa". Come ha ricordato, infatti, il leader del Forum, "la generazione attuale presenta standard formativi qualitativamente superiori rispetto alle precedenti generazioni, eppure, in alcuni Paesi, stiamo registrando tassi di disoccupazione allarmanti". Per combattere questa situazione e favorire il reale potenziale della giovane generazione, la Commissione europea ha chiesto a Businesseurope (che rappresenta le imprese europee a Bruxelles) di creare una task force. "Il nostro obiettivo – ha spiegato il presidente del progetto, Robert Mahler – è stato quello di combattere le statistiche in corso che vedono un giovane su cinque disoccupato e allo stesso tempo innovare il processo di transizione dalla scuola al lavoro, aumentando il numero di tirocini, anche attraverso un migliore utilizzo dei fondi comunitari".
Fenomeno Neet. A preoccupare, infatti, non è solo la qualità dei lavori, ma anche quella dell'istruzione, perché è prioritario creare un rapporto sinergico tra il mondo della scuola e quello del lavoro. L'obiettivo è rivedere il concetto di formazione che va ripensato in modo da legarsi sempre più a quello di "lifelong learning", la formazione lungo tutto l'arco della vita, sostenuto dalla Commissione europea. Anche alla luce dei cambiamenti demografici, che stanno trasformando il volto delle società europee, è importante favorire un processo di apprendimento che si realizzi nel corso di tutta la vita e a tutte le età. Massimiliano Mascherini, research manager della Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, ha invece posto l'attenzione su un altro fenomeno: "Cresce il numero dei giovani in Europa che non studiano, non lavorano e non frequentano corsi di formazione. Non sembrano avere motivazioni, sono completamenti disinteressati al mondo esterno e hanno perso la fiducia verso la società". Sono i cosiddetti Neet, acronimo inglese per "not in employement, education or training", fenomeno segnalato in Inghilterra intorno agli anni '80 e ora presente in tutta Europa (Eurostat indica il 13% di Neet tra i ragazzi con meno di 25 anni, ossia circa 7 milioni di giovani) che si è acutizzato con la crisi. "Non mi piace parlare di 'generazione persa', ma è un dato di fatto che in questo momento in Europa c'è un'ampia fetta di giovani politicamente disillusi, che vanno sostenuti, anche perché questa grande disaffezione al bene pubblico potrebbe contribuire a indebolire la legittimazione democratica". Come hanno infine ricordato tutti i relatori, è tempo per l'Europa di prendere decisioni innovative perché a rischio non c'è solo il sistema economico, ma anche quello sociale, che rappresenta la vera forza e il vero potenziale dell'Unione.