C’è un tendone verde a Rovereto sulla Secchia: è la chiesa messa in piedi domenica 20, subito dopo la prima scossa, da don Ivan Martini, ed è qui che, otto giorni dopo, il sacerdote ha celebrato la sua ultima messa. I volontari della parrocchia e di un gruppo di associazioni – dall’Anspi all’Avis, dall’Ant all’Arci e così via – riunite sotto lo slogan “Tutti insieme a Rovereto” si affaccendano, al riparo dal sole estivo, per dare un po’ di ristoro e distribuire generi di prima necessità. Perché qui, nella frazione di Novi di Modena, è la società civile che si è attivata per prima, a partire proprio da quel tendone montato da don Ivan. Aiuti ne sono arrivati, i Vigili del fuoco sono all’opera e pure la Protezione civile del Piemonte e della Lombardia, messa a regolare il traffico e presidiare l’ingresso alla zona rossa, ma a sentire la gente non c’è stata una pronta risposta delle istituzioni ai bisogni primari della popolazione…
Il grazie di don Ivan. È di conforto e stimola all’impegno il ricordo del parroco, morto in chiesa martedì 29 mentre tentava di portare in salvo l’immagine della Madonna del Voto. “Dopo la prima scossa don Ivan ha detto una messa di ringraziamento”, racconta al Sir Fabio Borborini, tra le mani il rosario a forma di anello. Impegnato in parrocchia, il giorno della morte del prete era lì, e ancora conserva “la t-shirt macchiata con il suo sangue”. Se a qualcuno era sembrato strano ringraziare dopo il terremoto, don Ivan lo riteneva invece doveroso “perché non è successo niente a nessuno”. Inoltre nella chiesa la prima scossa ha fatto cadere un pezzo di volta vicino alla porta e “se fosse successo poche ore prima, durante la celebrazione delle cresime, o la domenica mattina, sarebbe stata una carneficina”. Questo era il parroco di Rovereto, “con una calma olimpica” e al tempo stesso con un entusiasmo e una generosità dirompenti, “non un oratore distante, ma capace di tenere mezza predica in dialetto” per farsi vicino alla gente. E per lui, che aveva radici lombarde e toscane, non sarà stato facile. “A pensarci bene – riflette Borborini – qui è morto solo lui, e una persona è in coma. Sono quasi certo che si è offerto in sacrificio per il paese”. Non vi possono essere prove, ma il pensiero è emblematico del legame tra questo prete e la sua gente.
Dai privati i primi soccorsi. Dal 20 al 29 Rovereto era uno di quei paesi “dimenticati” perché i danni, in fondo, non erano così significativi. “C’erano poche case malandate, mentre adesso è il contrario, sono poche quelle a posto”, ci dice Massimiliano, un ragazzo che prima andava a scuola, mentre ora passa le giornate ad accogliere e dare una mano, e per la sua giovane età è la mascotte di tutti i volontari. Diverse scosse hanno avuto qui sotto l’epicentro, e lo si vede percorrendo la strada sconnessa, come pure dalle crepe a croce nelle case, “le più pericolose” secondo i Vigili del fuoco. Al tendone montato la domenica se n’è affiancato un altro, inizialmente previsto per la “festa della birra” e dell’Avis, ma che in realtà serve da luogo di aggregazione e pure per celebrare la messa. Nel primo, invece, ora c’è la cucina, in parte donata da un’azienda del posto. “Dopo il 29 abbiamo fatto da mangiare con quel che avevamo in canonica per dare un piatto di pasta a tutti, finché sono arrivati acqua e viveri da Sassuolo e da Cesena”, prosegue il giovane. “Abbiamo scoperto che molta gente ha un cuore”, aggiunge precisando però che “i primi a darci soccorso sono stati i privati”. Annuiscono gli altri volontari attorno a lui e uno di loro, Francesco Gilardi, ricorda che “per 4-5 giorni ci siamo dovuti arrangiare per il mangiare, come pure per le ronde antisciacallaggio, e dopo più di due settimane sono ancora insufficienti i bagni”.
Il campo verrà spostato. È il destino, questo, che accomuna alcuni centri minori. “C’è un problema di comunicazione tra il centro e le varie estremità del Comune”, lamenta Pietro Guerzoni, collaboratore del settimanale diocesano “Notizie”, riferendo di “frazioni servite male” e “situazioni di disagio ancora lontane dall’essere affrontate”. Non è forse un caso che “a Novi di Modena abbiano impiegato due giorni a montare il campo, mentre a Rovereto, dopo più di due settimane, si sta ancora lavorando per allestirlo”. A dir la verità, qualche giorno dopo la scossa del 29 è sorto il “Campo Roma”, nel quale però “mancavano la cucina e i servizi igienici”. Adesso alcuni bagni ci sono, portati dalla Protezione civile dell’Emilia Romagna, mentre i pasti arrivano grazie a una convenzione con un’azienda; però è troppo piccolo rispetto alle necessità e, secondo il sindaco di Novi, “montato in un luogo non adatto”. È stato dunque deciso di allestire un nuovo campo, per rispondere alle esigenze della popolazione, al centro sportivo: qui verranno trasferiti gli ospiti del “Campo Roma” e ci sarà posto per altri. “La Protezione civile di Roma cura solo il montaggio delle tende, mentre la gestione sarà di Ravenna e alla cucina ci penserà la Croce Rossa”, spiega la responsabile del “Campo Roma”, Giovanna Mantovani, della Protezione civile romagnola. Intanto la gente aspetta, nella speranza che l’essere “in periferia” non sia un alibi per venire dimenticati.
a cura di Francesco Rossi, inviato Sir a Rovereto sulla Secchia
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