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Domenica 27 Maggio 2012
PENTECOSTE
Il grande passo
Dall'''io'' di Babele al ''noi'' della Chiesa
Cristiana Dobner

Un aspetto adolescenziale è sempre presente in noi, non a sfavore della nostra personalità, ma come componente di forte attrattiva per tutto quanto sembra nuovo o inedito.
Conservare quest’attenzione consente di guardare alla realtà che ci circonda con curiosità, alle persone che ci stanno intorno con percezione attenta, a noi stessi con una sorta di fiducia quotidiana che supera le difficoltà.
Il “nuovo”, però, è un’arma a doppio taglio: ci chiude in noi stessi e nelle nostre piccole e autoreferenziali convinzioni, sempre “nuove”, ci pare, e, invece, sono solo fallaci chimere.
Papa Benedetto ce lo dice in chiare lettere ma non si arresta alla lamentela, alla denuncia, precisa senza ombra di dubbio che cosa significhi “nuovo”, quando sia lo Spirito a irrompere.
Di Pentecoste nasce la Chiesa, misteriosamente non irrazionalmente, perché il mistero ci avvolge come un grembo che genera non come una morsa che avvinghia.
Festa che, nel concreto, ci porta al “nuovo” da tre dimensioni:
- dell’unione: “Tutti possiamo constatare come nel nostro mondo, anche se siamo sempre più vicini l’uno all’altro con lo sviluppo dei mezzi di comunicazione, e le distanze geografiche sembrano sparire”;
- della comprensione: “…tra le persone spesso superficiale e difficoltosa”;
- della comunione umana: “Permangono squilibri che non di rado portano a conflitti”.
Il quadro concreto non è dei migliori e allora ci si dà alla coltivazione delle ostriche: ognuno bada alla purezza della propria acqua e, nel momento della difficoltà, chiude la valva e se ne sta, diciamo, tranquillo: “Comprendersi sembra troppo impegnativo e si preferisce rimanere nel proprio io, nei propri interessi”.
Così facendo l’unità è minata, non esiste più nemmeno in una prospettiva futuribile, non dico presente.
La versione moderna, corrente, della Torre di Babele, tanto antica e tanto onnipresente nella storia dell’umanità, ora, nei tempi attuali, è realtà tangibile, perché “è la descrizione di un regno in cui gli uomini hanno concentrato tanto potere da pensare di non dover fare più riferimento a un Dio lontano e di essere così forti da poter costruire da soli una via che porti al cielo per aprirne le porte e mettersi al posto di Dio”.
Di primo acchito, le persone che la vogliono erigere sembrano solidali, il lavoro ferve, si sta insieme all’interno di un progetto, poi tutto scoppia e deflagra. Perché? Perché “improvvisamente si resero conto che stavano costruendo l’uno contro l’altro”.
Il nuovo era il progetto ma sarebbe dovuto risultare il nuovo in assoluto, mio e non di altri, né tanto meno pensato e compartecipato. Il nuovo non toccava il cuore e la mente di ogni singolo costruttore, cioè di ognuno di noi, perché nell’erigere la “cosa” avevano (e abbiamo) perduto un elemento non marginale ma costitutivo della “persona”: “La capacità di accordarsi, di capirsi e di operare insieme”.
Il “nuovo” irrompe con il vento dello Spirito: come aleggiò nella creazione, così aleggia oggi. Non è un tornado che non si può evitare, è solo un vento, impetuoso certamente, ma che va accolto e non distrugge.
La decisione è personale e libera e si configura in un interrogativo solo: Babele o Pentecoste?
Se vogliamo l’unità, questa “può esserci solo con il dono dello Spirito di Dio, il quale ci darà un cuore nuovo e una lingua nuova, una capacità nuova di comunicare”.
Lo Spirito consente di aprire la valva, di “non essere chiusi nel proprio ‘io’, ma orientarsi verso il tutto... accogliere in se stessi la Chiesa tutta intera”, ed è un gesto, a ben osservare, secondo perché il primo possiede un’altra valenza: “Lasciare interiormente che essa ci accolga”.
Il grande passo, sorretti dal Vento, si può compiere, passando dall’io, da Babele, al “noi della Chiesa”: il Cenacolo non fu vivaio di ostriche ma un grembo, raccolto intorno al grembo di Maria che stava accogliendo, come ai tempi di Nazareth, lo Spirito per generare la Chiesa, il grembo in cui noi, oggi, immersi nel fuoco dello Spirito possiamo respirare e comunicare il nuovo, tipico, di noi cristiani.
È assurdo riandare a secoli remoti per nominare nel XXI secolo due nuovi dottori della Chiesa? Sì, se il “nuovo” porta il nome di Babele, no se porta quello di Pentecoste. Hildegard von Bingen, benedettina del Medioevo tedesco mossa dal “noi” della Chiesa, non esitò a giocarsi, come il sacerdote spagnolo Giovanni d’Avila, nel suo secolo XVI, perché le ostriche contemporanee si schiudessero al Vento impetuoso.
Ora a noi: Babele o Pentecoste?
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