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Martedì 01 Maggio 2012
PRIMO MAGGIO
Quei calli sulle mani
Giuseppe di Nazareth: il messaggio ''altro'' di un lavoratore, di un migrante, di un precario
Cristiana Dobner

Giuseppe, così come ci viene presentato dai Vangeli, non cessa di risultare una persona enigmatica, ben inteso per la sua semplicità non perché si presenti come un essere aggrovigliato o la sua vita sia un arruffio di eventi problematici.
A ben guardare l'evento problematico è esistito e tale da scardinare ogni esistenza anche ben assestata: gli venne affidato il Figlio di Dio che si incarnava.
Se ci atteniamo ai dati fornitici dagli studiosi di quell'epoca, alcuni punti fermi si possono tracciare:
- discendeva da Davide ma non viveva da re;
- allora le corporazioni dei mestieri conoscevano il passaggio delle tecniche di padre in figlio;
- non è un credulone e saggia i sogni, le intuizioni;
- sa prendere le sue decisioni e mettersi in salvo con la sua famigliola.
Di certo, Giuseppe aveva i calli sulle mani, lavorare il legno oppure essere un carpentiere, comportava un notevole lavoro fisico, un'applicazione continua nello sforzo di produrre.
Non esistendo allora (ma forse anche tra di noi fra non molto) previdenze sociali, responsabilità d'impresa, fondo pensioni, cassa integrazione e tutela del lavoratore, Giuseppe poteva contare solo sul suo lavoro, sperimentando così la precarietà legata ad una specifica richiesta di lavoro. E se questo fosse mancato? Non poteva non pesare su di un padre e su di uno sposo questo interrogativo.
Una bottega si reggeva sulla rete dei clienti e sull'abilità dell'artigiano, su chi appoggiarsi allora quando dovette affrontare la via dell'esilio? Di certo, Giuseppe non aveva spostato, legalmente o illegalmente, i suoi beni in Egitto. Anche perché non aveva un patrimonio da cui trarre rendite, altrimenti sarebbe vissuto in una cerchia altolocata.
Una fuga notturna, a dorso d'asino. Si sarà potuto portare i ...ferri del mestiere? Non lo credo.
Forse avrà avuto qualche risparmio in un sacchetto ben custodito.
Giuseppe di certo non era poliglotta, come avrà fatto ad intendersi in Egitto?
Oggi, non siamo degli ingenui e sappiamo leggere nel simbolo la vita, l'esodo, la fuga e il grigiore di una vita da lavoratore, il simbolo però non ha il sapore del brutto anatroccolo o del happy end di una fiction. Tutto, comunque lo si legga, parla di povertà, di misura, di scala sociale bassa, di chi deve cercarsi un lavoro e dimostrare di saperlo eseguire per sbarcare il lunario.
Un Giuseppe che, sbalzato nei secoli, coglierebbe al volo l'atmosfera italiana ed europea di disagio, di mancanza di lavoro e quindi di dignità umana.
Ora, se tutte queste esperienze divenute calli sulle mani e sudore lungo la schiena, lo rendono vicino a noi e sensibile alle nostre gravi preoccupazioni quotidiane, tuttavia non va confuso con un artigiano manifestante o con un sindacalista ante litteram. Giuseppe è ben altro.
In questo contesto, egli fu “giusto”, una persona cioè che ha colto il senso della vita e ha il cuore aperto verso Dio e verso i fratelli.
Colui che fece del silenzio adorante un mistero, che non poteva non inquietarlo, il collante dei suoi giorni.

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