“Un appello fortissimo alla comunità internazionale perché sia più attiva, decisa e generosa e non intervenga con il ritardo dello scorso anno. Serve maggior tempestività e maggiore consistenza degli aiuti internazionali”. Patrizia Caiffa ne parla per il Sir con Paolo Beccegato, responsabile dell’area internazionale di Caritas italiana, che lancia di nuovo l’allarme sulla crisi umanitaria nel Sahel, ignorata da media e comunità internazionale ma che rischia di peggiorare con l’arrivo dell’estate. Il Papa lanciò un primo allarme a luglio 2011 e quest’anno, di nuovo, a febbraio durante l’incontro con la Fondazione Giovanni Paolo II per il Sahel. Caritas italiana ha già messo a disposizione oltre 100.000 euro per l’emergenza. A causa della siccità e della carestia, in Ciad, Burkina Faso, Mauritania, Mali, Niger, Nigeria del Nord, Camerun e Senegal sono a rischio malnutrizione 16 milioni di persone, e 10 milioni si trovano già in stato di insicurezza alimentare. Particolarmente grave è la situazione dei bambini. Si parla di circa 130.000 persone in fuga verso Mauritania, Burkina Faso, Niger e migliaia verso il deserto e l’Algeria. La situazione è aggravata dalla crisi politica in Mali, dopo il colpo di stato del 22 marzo 2012 e il conflitto con i ribelli tuareg del Nord. Uno di questi gruppi, il Movimento nazionale di liberazione dell'Azawad (Mnla) ha proclamato in questi giorni l'indipendenza della regione Azawad. Con Beccegato abbiamo fatto il punto della situazione.
Lo scorso anno nel Corno d’Africa sono morte 100.000 persone a causa della carestia. La crisi alimentare nel Sahel ha caratteristiche simili? Si poteva evitare? “La fascia geografica è la stessa, le caratteristiche sono molto simili. La carestia è provocata dalla scarsità delle piogge autunnali. Ora, con l’arrivo dell’estate, la situazione rischia di diventare insostenibile. L’Africa sub-sahariana è il contesto di maggior vulnerabilità al mondo ai cambiamenti climatici, anche con l’espandersi verso sud del Sahara. Sono dati molto noti. Certo, si poteva fare molto di più in anticipo. Ricordiamo che, nelle ultime due o tre decadi, il tasso degli aiuti allo sviluppo sulla prevenzione e sulla parte agricolo-rurale è calato dal 40% del totale al 5% del totale. Non si è fatto nulla per prevenire né per investire nello sviluppo agricolo e rurale”.
In quali Paesi la situazione è peggiore? “La situazione è peggiore in Niger, ma anche in Mali, dove il colpo di stato del 22 marzo, con una sorta di guerra civile tra nord e sud e tra gruppi vari, compresi i tuareg, è degenerata. Si è provocata una connessione tra siccità, fame, problemi sanitari e dinamiche di costruzione del consenso verso un conflitto armato, come avvenne in Somalia lo scorso anno”.
Come operano le Caritas dei Paesi coinvolti? “Come al solito si lavora sull’emergenza con uno sguardo più ampio. C’è un piano di aiuti in tutti i Paesi colpiti. C’è stato di recente un vertice tra Caritas colpite e Caritas donatrici a Ouagadougou, in Burkina Faso, per cui si lavora in modo assolutamente coordinato. Poi si inseriranno anche le componenti non strettamente emergenziali, in campo agricolo-rurale, approvvigionamento idrico, sanitario. Le attività principali sono la distribuzione di cibo e sementi gratuite, o a prezzi agevolati, il rifornimento dei granai di riserva dei villaggi, il sostegno a piccole attività generatrici di reddito e a sistemi di assistenza alternativi, quali ‘denaro per lavoro’ (cash for work) e ‘cibo per lavoro’ (food for work), l’assistenza sanitaria, interventi di riabilitazione idrica e azioni di riabilitazione nel medio termine. Gli aiuti vengono distribuiti nelle parrocchie, nelle missioni, nei campi profughi. Per gli sfollati ci sono distribuzioni nei punti di transito o occasionali”.
Come sta andando la raccolta fondi? “Caritas internationalis ha lanciato un emergency appeal complessivo di circa 10 milioni di euro, da usare per la prima fase di emergenza nei prossimi sei mesi. Ad oggi ne sono stati raccolti, spesi e utilizzati solo una parte. Finora c’è stata una scarsa risposta. Purtroppo i media se ne sono occupati troppo poco, la comunità internazionale si è mobilitata troppo poco. Siamo ancora sotto gli obiettivi prefissati”.
In Mali, dove al nord è in corso un conflitto, giorni fa è stata anche distrutta una chiesa e la sede Caritas di Gao. Ci sono rischi reali per i cristiani? “È difficile fare delle analisi. Ci possono essere delle schegge impazzite, dei sottogruppi con derive religiose che strumentalizzano la situazione ma non darei una lettura religiosa del conflitto. C’è una preoccupazione forte che il conflitto si possa ripercuotere sulle minoranze, ma non è un conflitto di tipo religioso”.
In occasione della Pasqua, quale appello alla comunità internazionale e ai cristiani? “Un appello fortissimo alla comunità internazionale perché sia più attiva, decisa e generosa e non intervenga con il ritardo dello scorso anno. Serve maggior tempestività e maggiore consistenza degli aiuti internazionali. Non ci sono scuse, nemmeno la crisi. Basterebbe una goccia degli interventi che i governi occidentali stanno facendo su banche e capitali, per salvare invece vite umane e fare una forte pressione sul governo del Mali perché risolva il conflitto. E noi, come società civile e comunità cristiana, dobbiamo fare la nostra parte, anche se i media non ne parlano”.
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