Sono preti in camice bianco. Prestano assistenza laddove esserci conta veramente, divenendo la risposta concreta a chi s’interroga su dove sia Dio mentre l’uomo soffre. Basta osservarli per avere chiara l’idea di carità, quella vera, quella vissuta tra i corridoi di un ospedale dove, ogni giorno, i sorrisi che accompagnano una nuova vita si confondono con le lacrime per un’esistenza spezzata. A parlarci dell’attività del cappellano ospedaliero è don
Gianni Mattia, dal 1998 cappellano al “Vito Fazzi” di Lecce; un prete che, dopo l’incontro con una ragazza ricoverata nel reparto di rianimazione, decise di fare del suo sacerdozio un mandato del sorriso, specializzandosi come missionario clown. Grazie ai dipendenti del “V. Fazzi” che vollero far convogliare una quota della propria busta paga in un Fondo di solidarietà permanente, nel 2001 si diede vita alla onlus “Cuore e mani aperte verso chi soffre”. Negli anni l’associazione ha realizzato diversi progetti tra cui la casa d’accoglienza per i familiari dei degenti – che offre il suo servizio grazie al costante impegno della comunità delle Figlie della carità – e la “Bimbulanza”, la prima ambulanza pediatrica del Sud adibita al trasporto dei piccoli pazienti da e per l’ospedale.
Un po’ preti, un po’ psicologi. Spesso testimoni degli ultimi momenti di vita dei degenti. Come si riesce a essere d’aiuto senza sentirsi schiacciati da tanta sofferenza?“Mantenere una certa distanza emotiva è la prima indicazione. È molto difficile, ma è necessario non farsi soffocare dal dolore che ci circonda per poter trovare in noi, nuovamente, un sorriso da offrire; personalmente scarico la tensione correndo, immergendomi nella natura a meditare. Chi svolge attività di assistenza in ospedale viene spesso descritto come una persona di grande sensibilità, ma la verità è che per vivere accanto a chi soffre è necessario essere sensibili e forti al tempo stesso. Accade anche a noi, infatti, di non ...