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Un modello Friuli?
Ogni esperienza è irripetibile ma può suggerire soluzioni
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Esiste un “modello Friuli” anche nell’ambito della ricostruzione dell’edilizia di culto terremotata? Ed è in qualche misura riproducibile nelle aree più recentemente colpite dal sisma, come l’Emilia e l’Abruzzo? Se lo chiederà il convegno in programma a Udine venerdì 22 giugno, “Le chiese del 2000. La ricostruzione in Friuli nella stagione post-conciliare”, che intende fare il punto sulla ricostruzione e sui restauri effettuati dopo i sismi del 1976, che hanno avuto un bilancio – nell’edilizia di culto – di 114 chiese distrutte, 234 gravemente lesionate e 484 danneggiate, 41 campanili distrutti, 119 gravemente lesionati e 210 danneggiati, 95 canoniche distrutte, 46 gravemente lesionate e 164 danneggiate.
L’arcidiocesi – Ufficio amministrativo e Commissione d’arte sacra – iniziò gli interventi nel 1979, con la ricostruzione del terrapieno a sostegno della fabbrica del semidistrutto duomo di Gemona. Le chiese edificate ex novo furono 55 dal 1985, per giungere a compimento ai primi di maggio 2012 con la benedizione del nuovo campanile di Majano. I ripristini furono 331. Una trentina fra architetti e ingegneri furono impegnati. La Soprintendenza portò avanti il restauro anche di numerosi edifici ecclesiali, dai più grandi (Venzone e Gemona) alle chiesette disseminate sul territorio.
Il “Modello Friuli” si realizzò su due fronti: istituzionale-economico ed ecclesiale. In entrambi l’arcidiocesi di Udine fu soggetto attivo e intraprendente.
A livello istituzionale, per evitare “i tempi biblici”, si decise d’intervenire direttamente sulle chiese di competenza del ministero dei Lavori pubblici. E lo strumento giuridico adottato fu la stipula di una Convezione tra il ministero stesso e l’arcidiocesi di Udine mediante la quale il Provveditorato regionale alle opere pubbliche di Trieste dava in concessione all’arcidiocesi la “progettazione, appalto, direzione, contabilizzazione e assistenza al collaudo” degli interventi in argomento. Questa modalità ha consentito di attuare (in tempi relativamente brevi: circa una quindicina d’anni) ben 379 interventi per una spesa di 120 miliardi di lire. Si è operato non sulla base della delega, ma del principio di sussidiarietà ed è stata un’esperienza di federalismo “ante litteram”.
Gli interventi sugli altri edifici rientranti sempre nell’edilizia di culto (quali canoniche, uffici di ministero pastorale e conventi) sono stati attuati mediante finanziamento diretto da parte della Regione seguendo l’allora normale prassi burocratica individuata per gli interventi privati. 175 gli interventi per la ristrutturazione/ricostruzione di canoniche e uffici di ministero pastorale, per una spesa di 38,5 miliardi di lire, e cinque sono stati i conventi sui quali si è intervenuti per una spesa di 6,6 miliardi di lire.
A livello ecclesiale il “modello Friuli” si realizzava a iniziare dal coinvolgimento nei problemi del post-terremoto dei cristiani impegnati. Ciò comportò una crescente consapevolezza delle comunità ecclesiali di essere esse stesse parte in causa e soggetti da ascoltare e consultare per programmare i modi del ricostruire, chiese e case insieme. Popolazioni e preti condivisero tutto: precarietà, fatica, dimora, speranze, sostegno, progettazione, studio, confronto e programmazione.
L’arcivescovo di allora, mons. Alfredo Battisti, fu consapevole che, pur nel dramma, il terremoto costituiva un punto di partenza, un inizio per una nuova fase della storia del Friuli, anche ecclesiale. Questa impostazione trovava eco in due eventi, nel 1977 l’“Assemblea dei cristiani per la ricostruzione” e il Convegno ecclesiale del 1979 “Cjase di Diu, cjase nestre”. Non furono edifici, le chiese del 2000, programmati dall’esterno o imposti da professionisti: la diversificazione dei risultati documenta le differenti sensibilità architettoniche scaturite dal concreto comporsi progettuale fra committenti e professionisti. Il costruire dopo il terremoto ebbe anche la conseguenza di rafforzare un’inedita relazione tra le comunità parrocchiali e le chiese nuove, non ereditate, ma volute e pensate.
Che fare oggi del “Modello Friuli?” Ogni esperienza è in sé irrepetibile, tuttavia oggi, a differenza di quanto accadeva in Friuli trentasei anni fa, a fronte delle calamità dei terremoti molto è stato acquisito in consapevolezza e in mezzi. Ciò che di fondo però rimane valido per L’Aquila e per l’Emilia è un programma d’interventi che vada oltre la delega, un lavorare che sia espressione di sinergia d’intenti e tra i soggetti, una messa in rete ecclesiale e una efficace regia.

(*) direttore dell’Ufficio diocesano per i beni culturali e l’arte sacra

20/06/2012 - Sandro Piussi (*)



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