Versione testuale
- Europa
Dalla crisi alla crescita
Politiche lungimiranti e non solo parametri economici
"In linea di principio, l’innovazione è caratterizzata da un processo di ‘distruzione creativa’ che rinnova le dinamiche della società" innalzando "i livelli di sviluppo economico e di welfare a beneficio di molti"; essa può tuttavia essere anche l’opposto: "un processo di ‘creazione distruttiva’ a vantaggio di pochi". Il monito è di Luc Soete, direttore di Unumerit - Istituto di ricerca congiunto Maastricht University (di cui è rettore) e United Nations University -, intervenuto il 28 febbraio a Bruxelles alla conferenza internazionale "The Science of Innovation" (La scienza dell’innovazione), promossa dall’European science foundation (Esf, che rappresenta istituti di ricerca e accademie di trenta Paesi europei), e dallo Science and technology options assessment (Stoa, organismo ufficiale dell’Europarlamento che ha ospitato l’incontro).
Dalla "creazione distruttiva" alla "distruzione creativa". Secondo Soete, in caso di "creazione distruttiva" i "nuovi prodotti e servizi sminuiscono e distruggono il valore d’uso di quelli esistenti" prima che ne venga dimostrata la validità e senza "prenderne in considerazione i costi in termini di ambiente e salute". "L’insostenibile crescita economica basata sui combustibili fossili" e la cosiddetta "finanza innovativa" sono "esempi evidenti" dei "limiti dell’innovazione" quando "le forme della ‘creazione distruttiva’" prevalgono su quelle della "distruzione creativa". Convinto che gli economisti non siano stati "sufficientemente pronti nel mettere in luce questi limiti", dei quali i politici "possono essere non del tutto consapevoli", Soete sottolinea la necessità di "una riflessione approfondita" sull’innovazione, "concetto chiave della politica europea". "La vera importanza delle università nei sistemi innovativi non è la diretta commercializzazione della conoscenza derivata dalla ricerca ma, piuttosto, una serie di effetti indiretti ma molto incisivi", chiarisce Alan Hughes (Cambridge University), sottolineando il "ruolo strategico dello Stato" al quale "le imprese fanno sempre riferimento nello sviluppo di nuove tecnologie". Secondo Hughes, "le politiche per l’innovazione devono guardarsi da miti e rituali"; hanno bisogno di "un contesto altamente specifico (nazionale, regionale) e questo rappresenta una grande sfida per il loro sviluppo a livello europeo".
Crescita equa, inclusiva, sostenibile. "Più che essere ‘consumatori’ passivi di conoscenza scientifica, i responsabili delle politiche per l’innovazione spesso commissionano e collaborano con gli scienziati per produrre conoscenza" avverte Merle Jacob (Lund University – Svezia). "Il processo politico possiede tuttavia proprie strutture cognitive" all’interno delle quali "la conoscenza viene sempre più inquadrata per esservi facilmente integrata". L’accresciuta vicinanza "tra politica per l’innovazione e ricerca innovativa può quindi avere l’effetto di inibire la creazione di una nuova conoscenza che potrebbe modificare la direzione della politica"; in particolare "se i meccanismi di finanziamento della ricerca stessa sono collegati troppo strettamente a nozioni preconcette di ciò che è rilevante". Per Mariana Mazzucato (University of Sussex), "l’attuale crisi finanziaria ha evidenziato in modo drammatico i limiti dell’analisi economica convenzionale di questi processi, delle politiche e delle norme che li sostengono e controllano"; occorre pertanto sfatare "alcuni miti sul ruolo del sistema finanziario". Oggi, conclude, "la sfida è trovare i modi per riformare" questo sistema e "contribuire a spostare l’economia dall’attuale crisi verso una fase di crescita più creativa, inclusiva, equa ed improntata ad un’innovazione sostenibile".
Le due domande. "Le politiche nel settore della scienza e dell’innovazione – afferma Barry Bozeman (University of Georgia) - intendono mobilitare la conoscenza a sostegno di aspirazioni e valori positivi per la società". Tuttavia, gli strumenti di analisi e i modelli di valutazione "si concentrano prevalentemente su parametri economici (ad esempio analisi costi-benefici)", mentre "i valori espressi in termini non puramente economici ricevono meno attenzione a causa della mancanza di convincenti e concrete categorie di pensiero". Per Bozeman, la giustificazione dell’intervento pubblico a sostegno del processo innovativo deriva soprattutto "dai fallimenti del mercato nel processo di creazione e diffusione dell’innovazione, il cosiddetto ‘market failure paradigm’". Di qui l’importanza di un ‘Public Value Mapping’, ossia una "definizione di ‘valore pubblico’ in grado di fornire fondamenti teorici e metodologici per valutare progetti di ricerca innovativa finanziati dai governi" anche in termini di "equità sociale e capitale umano". Due, secondo Bozeman, le domande fondamentali da porsi: "Quali sono i ‘valori comuni’ che giustificano particolari politiche per la scienza e l’innovazione?" e "qual è l’effettiva capacità" di queste politiche di "conseguire i risultati prefissati e far progredire questi valori?".
29/02/2012 -
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