Il bollettino mensile di agosto della Bce rilancia la discussione sullo stato dell’economia europea, sulla tenuta della moneta unica e, ugualmente, sugli interventi degli Stati e dell’Unione europea per contrastare la crisi, a cinque anni dal suo triste esordio in terra americana. La Bce parla chiaro: il sistema economico continentale “resta debole”, in un clima generale di “tensioni persistenti” e di instabilità. Il mercato del lavoro in Europa continua a perdere posti (la Commissione Barroso ha dovuto chiedere ancora una volta il 9 agosto un paio di interventi del Fondo di aggiustamento alla globalizzazione, istituito in sede Ue, per far fronte ad altrettante emergenze occupazionali, questa volta nei Paesi Bassi e in Spagna); produzione, scambi e consumi non danno segnali di vivacità; il ricorso al credito e agli investimenti non lascia intravvedere nuovi slanci. E si profila il rischio della deflazione. Nel frattempo i conti nazionali si ripiegano su se stessi, con debiti pubblici in lievitazione. La misura degli spread (differenziali di rendimento dei titoli dell’area-euro con i Bund tedeschi) rimarca semplicemente i problemi del debito degli Stati e della loro solvibilità. L’Eurotower di Francoforte si sente in dovere di ridire per l’ennesima volta che “l’euro è irreversibile”, ma allo stesso tempo sottolinea che occorrono “interventi strutturali” da parte dei governi, quasi a collegare il concetto della irreversibilità della valuta europea alla concretizzazione di riforme e investimenti senza i quali l’economia non può risalire la china. All’Eurozona e ai singoli Paesi che ne fanno parte si rinvia la palla del ricorso al fondo salva-Stati, qualora se ne intravveda la necessità, per evitare di far crollare l’intero castello monetario. Sotto la lente di ingrandimento permangono soprattutto la Spagna e l’Italia. Sin qui la Bce. Nel frattempo prosegue a livello politico, accademico e massmediale il dibattito sull’altro grande nodo della complessa questione, ossia quello della governance condivisa, ossia della capacità di tenere sotto controllo “insieme” le attività economiche e i bilanci statali, perché – come tutti sanno – ciò che accade a Dublino ha effetti su Parigi, le mosse di Berlino e Roma si riflettono su Atene e Madrid, le scelte di Lisbona toccano Bruxelles non meno che Amsterdam. La governance economica, di bilancio e fiscale rimanda dunque al tema della sovranità degli Stati, che non può certo essere mortificata, ma che troverebbe piena consistenza e ragion d’essere nella sua immissione nel più ampio consesso europeo. È quanto ha recentemente osservato, fra gli altri, Giuseppe Dalla Torre sulle pagine di “Avvenire”: “La crisi della sovranità, cioè il fenomeno del declino dello Stato moderno”, è “un fatto planetario, legato ai processi di globalizzazione”. Gli Stati non sono più in grado di per sé di controllare fenomeni mondiali, in primis quelli economici, e dunque devono attrezzarsi serrando i ranghi e creando nuovi strumenti di governo. Giganti del calibro di Cina, India, Brasile, Stati Uniti, Russia possono trattare “da pari” con il gigante Ue, non con i suoi singoli componenti. In tal senso l’Unione europea può individuare e realizzare quelle vie d’uscita che i cittadini europei, i lavoratori, le famiglie, le imprese, attendono da tempo. Si tratta di verificare se, alla ripresa post ferie, la politica dei 27 Stati membri e quella delle istituzioni di Bruxelles, Strasburgo e Francoforte, convergeranno al più presto su intenti comuni e soluzioni percorribili.
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