Un “pensiero commosso” sapendo che “il decorrere del tempo non lenisce” il dolore dei familiari delle vittime “e rinsalda in essi l’impegno nel perpetuare la memoria di uno dei più tragici fatti della storia del nostro Paese”. A rivolgerlo, in un messaggio inviato al presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna, è il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel trentaduesimo anniversario del “vile atto terroristico” alla Stazione di Bologna, il 2 agosto 1980, che fece 85 vittime e oltre 200 feriti. La ricorrenza è stata celebrata oggi a Bologna alla presenza del ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, mentre la messa di suffragio, nella chiesa di san Benedetto, a poche centinaia di metri dalla stazione ferroviaria, è stata presieduta dal vicario generale, mons. Giovanni Silvagni.
Ricostruire ogni aspetto delle inchieste. “Il tener vivo - anche nelle sue forme più sofferte - il ricordo delle vittime innocenti del terrorismo - ha scritto nella sua lettera il Capo dello Stato - consente di trasmettere e condividere il senso della libertà e della democrazia, la volontà di contribuire alla tutela dei principi e dei diritti costituzionali, da qualunque parte vengano insidiati o feriti”. Per Napolitano “assumono particolare importanza sia le iniziative intraprese per ricostruire ogni aspetto delle inchieste giudiziarie e parlamentari sulla strage sia quelle, umanamente toccanti, che ripercorrono quel drammatico 2 agosto 1980 attraverso i volti e le storie delle vittime e di tutti coloro che hanno visto violentemente interrotti sogni, speranze, prospettive e che oggi testimoniano la brutalità senza senso di un attentato tanto folle quanto feroce”. Dal ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, è giunto l’appello affinché il ricordo di questa strage non sia “mai più” occasione “di divisioni ideologiche”, insieme all’impegno “di fare un’opera di trasparenza” su quegli anni.
Coloro che sanno escano allo scoperto. “Facciamo appello alle coscienze, perché coloro che sanno escano allo scoperto e prima che al giudizio di Dio si sottopongano umilmente a quello dei loro fratelli”, ha chiesto mons. Giovanni Silvagni nell’omelia della messa per commemorare i 32 anni della strage alla stazione, “alla quale si unisce il ricordo di quella dell’Italicus del 4 agosto del 1974 e del Rapido 904 del 23 dicembre 1984”. Oltre al ricordo, “non possiamo tralasciare di portare oggi davanti a Dio - ha aggiunto il vicario - anche la domanda che da allora ci accompagna: Perché tutto questo? A quale logica corrispose? Chi furono i responsabili?”. “Queste domande esprimono un’esigenza di giustizia insopprimibile”, ha precisato, rivolgendo quindi l’appello alle coscienze, perché “fare giustizia è fare la verità, la verità senza aggettivi, verità e basta”. “La luce di Cristo - ha osservato - risplende anche sui fatti orribili che oggi ricordiamo perché non restino chiusi in se stessi ma si aprano alla speranza. La luce di Cristo ci fa certi che quelle morti non furono inutili, quei fratelli non sono perduti, tanto dolore non è stato e non resterà senza frutto”.
Il dovere della verità. Alla sua luce “nessuna giustificazione - ha ripreso mons. Silvagni - potrà mai approvare quelle stragi, i mandanti e gli esecutori; ma neppure potrà approvare i silenzi e le omissioni, le verità di comodo o quelle precostituite, gli insabbiamenti o i depistaggi cui tutti i regimi fanno ricorso”. Da qui la richiesta di una “presa di posizione”. “Considerando quanto dolore trascinano dopo 32 anni le ombre che ancora circondano queste stragi, pur chiedendo agli altri di fare la loro parte, noi - ha sottolineato - non possiamo sottrarci al dovere di fare almeno la nostra: noi stessi dobbiamo tutti prendere posizione verso la verità”. “Il nostro primo impegno morale - ha esortato - sia proprio quello di creare un clima dove si cerca la verità, dove si dice la verità, dove si ha stima per la verità”. “Finché si resta nel buio delle verità di comodo, delle verità precostituite, delle verità ideologiche - che alla fine sono menzogne - non si fa la verità”. Viceversa, “quando la verità si ricerca onestamente, quando la si segue e le si dà il posto che merita, anche nel buio più fitto s’impone una luce, che per quanto piccola segna un baluardo contro la congiura del silenzio e della menzogna. E a quella luce si riprende a sperare”.
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