Otto progetti di chiese da donare ad altrettante comunità rimaste senza i propri luoghi di culto dopo il terremoto del 20 e 29 maggio. Chiese “provvisorie”, ma in grado di coniugare criteri architettonici, estetici, liturgici, economici; destinate, un domani che saranno ripristinati gli antichi luoghi di culto, a essere riconvertite in sale convegni, aule di catechismo, palestre e altre strutture, sempre al servizio della collettività. L’iniziativa è stata presa dal Centro studi per l’architettura sacra e la città, “Dies domini”, della Fondazione bolognese intitolata al card. Giacomo Lercaro, che il 5 luglio ha avviato un laboratorio di progettazione per le chiese provvisorie a cui hanno aderito circa 30 architetti. In 20 giorni sono stati preparati otto progetti che oggi a Bologna, nell’ambito del convegno dedicato a “chiese provvisorie per l’Emilia”, sono stati consegnati ai rappresentanti delle cinque diocesi emiliane colpite dal sisma. Al termine del convegno è stato inoltre avviato il progetto “adotta una chiesa provvisoria per l’Emilia”, con cui si propone a diocesi ed enti di farsi carico della realizzazione di uno di questi progetti: in un paio di mesi le strutture potrebbero diventare realtà; l’auspicio è che ciò avvenga prima del prossimo inverno.
Provvisorie ma di qualità. “Come avvenuto in altri luoghi, anche in Emilia il rischio è quello che la risposta all’emergenza generi la comparsa di edifici poco adeguati all’uso, di poca qualità architettonica, difficilmente integrati con il territorio e di dubbia economicità nel medio periodo”, ha esordito Claudia Manenti, architetto, direttore del Centro studi e coordinatrice del laboratorio, ricordando come questi progetti siano stati realizzati “a titolo gratuito” dai professionisti che vi hanno lavorato. Ad esempio di quella provvisorietà che si cerca di evitare la coordinatrice ha portato le “chiese tenda” ancora presenti a L’Aquila, “nelle quali d’estate la gente sviene per il caldo, mentre d’inverno hanno costi di riscaldamento che oscillano tra i 4 mila e gli 8 mila euro al mese”. Intento di questo gruppo di architetti, invece, è prestare attenzione al provvisorio affinché “non sia esente da elementi di qualità architettonica, liturgica, spaziale, energetica”, contrastando l’idea “che provvisorio coincida con brutto”.
Ricostruire luoghi di riferimento. D’altra parte “c’è bisogno di ricostruire luoghi di riferimento comunitario”: laddove il terremoto ha lesionato fortemente o addirittura raso al suolo quel patrimonio di memoria, arte e fede rappresentato dalle chiese, “il venir meno di quelli che sono stati per secoli luoghi di riferimento identitario ha portato smarrimento tra le popolazioni”. Da qui - ha sottolineato Manenti - l’esigenza di “progettare chiese provvisorie, luoghi di aggregazione comunitaria” che “possono restare 30-40 anni”, dal momento che “difficilmente quanto costruito viene poi demolito; più facilmente verrà trasformato in aule di catechismo, spazi per conferenze e così via”. Dunque è bene prevedere “elementi di grande qualità, con la capacità di aggregare quella comunità che si muove attorno alla liturgia”, e se da una parte vi è l’esigenza di dare “risposta a un bisogno immediato e concreto”, dall’altra si cerca di “dare dignità al provvisorio”. “Devono essere chiese riconoscibili come tali - ha rimarcato l’architetto - ma con un’immagine che non sia troppo connotata come edificio ecclesiale, in modo da reimpiegarle al termine del loro uso liturgico”.
Attenzione al fine liturgico. Nella progettazione di una chiesa occorre “far convivere temi complicati”, ha messo in guardia Glauco Gresleri, uno dei più prolifici progettisti di quelle “nuove chiese” edificate nella Bologna del card. Lercaro: da tener presente, tra l’altro, il ruolo della “partecipazione dei fedeli alla liturgia”, come pure la scelta del luogo per la reposizione del Santissimo Sacramento, “spazio altamente significativo”. La provvisorietà, d’altronde, rappresenta pure un “dato teologico” ed è “carica di valenza escatologica”, ha osservato il direttore dell’Ufficio beni culturali ecclesiastici di Reggio Emilia, mons. Tiziano Ghirelli. “Lo stesso termine ‘parrocchia’, nel suo significato etimologico, richiama il cammino della Chiesa ‘pellegrina sulla terra’”. Per il sacerdote dev’essere ben presente il fine liturgico di queste costruzioni. “In quest’operazione di predisposizione delle aule liturgiche - rileva - dove l’assemblea si ritrova per la liturgia le diverse professionalità devono assolutamente e senza tentennamenti, con estremo rigore e precisione, lavorare in sinergia verso quello che è l’obiettivo fondamentale, ossia ciò a cui serviranno queste strutture”. A tal riguardo mons. Ghirelli annota come diversi tra gli architetti impegnati nel laboratorio stiano frequentando “un corso di formazione annuale su architettura e liturgia promosso dalla diocesi di Reggio Emilia-Guastalla, con gli Ordini degli architetti di Reggio Emilia, Parma e Modena”. Il corso coinvolge le diocesi di Reggio Emilia, Parma, Fidenza, Modena e Carpi; in esso “si dà amplissimo spazio alle discipline teologiche, liturgiche e bibliche”, per far andare di pari passo la dimensione architettonica e quella della fede.
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