"La diversità è tale, e cioè un tono specifico nella sinfonia dell'insieme, un dono per tutti, quando fiorisce dal terreno fecondo dell'unità dei cuori e delle menti in Gesù e quando si esprime e si esercita in rapporto con tutte le altre membra di quell'unico Corpo che è la Chiesa". È il "punto-chiave" su cui mons. Piero Coda, teologo italiano ora preside dell'Istituto Universitario Sophia, fa ruotare la sua riflessione sui colloqui tra la Santa Sede e la Fraternità sacerdotale San Pio X in questa intervista a Maria Chiara Biagioni per Sir Europa.
Mons. Coda, il vescovo lefebvriano Fellay assicura che non è intenzione della Fraternità costituire "una Chiesa parallela". In casi come questo, quanto pesa anche "psicologicamente" la prospettiva di un'ulteriore divisione all'interno della Chiesa? "Di per sé l'assicurazione di non voler dar vita a una 'Chiesa parallela' è positiva: perché ribadisce la volontà di essere fedeli sino in fondo a Gesù Cristo essendo membra vive della sua Chiesa, che è il suo stesso Corpo, come insegna l'apostolo Paolo. La questione è un'altra: chi è, e cioè dove si trova questa Chiesa vera, la Chiesa di Gesù Cristo? In altri termini, quali sono i criteri per discernere il suo vero volto e chi ha la possibilità di esprimerli? Se si presumesse di avere e far valere da sé soli questi criteri, fuori dalla comunione con il senso universale della fede del Popolo di Dio e con l'autorità dei legittimi suoi pastori, allora ci si identificherebbe ipso facto con la vera Chiesa. Con ciò stesso autoescludendosi invece da essa".
La Fraternità si pone una missione: quella di mantenere "vitale" nella Chiesa "il tesoro della sua Tradizione". E parla di "influenza modernista e liberale che si esercita nella Chiesa a partire dal Vaticano II e dalle riforme che ne sono derivate". Sembra una posizione inconciliabile con la Chiesa cattolica. Che ne pensa? Siamo di fronte ad un'impasse? "Anche in questo caso l'esercizio di una missione particolare, in comunione con tutta la Chiesa, non fa problema. Anzi! Ogni vero carisma, nella Chiesa, ha questo compito. Più problematico è attribuirsi il compito di mantenere vitale, nella Chiesa, 'il tesoro della Tradizione'. Non è questa la missione di tutto il Popolo di Dio? Non è questo ciò su cui è chiamato a vigilare il magistero? E poi: che cos'è 'Tradizione'? È solo comunicazione e trasmissione del 'deposito della fede' così com'è stato accolto ed espresso in un determinato momento storico, o è piuttosto un suo incessante reinvestimento nell'oggi, in fedeltà all'evento di Gesù Cristo e in ascolto del soffio dello Spirito Santo, che - ha promesso Gesù - 'vi guiderà alla verità tutt'intera'? Quanto poi all'accusa di una presunta influenza 'modernista e liberale' nella Chiesa cattolica a partire dal Vaticano II - un'accusa, tra l'altro, generica e indifferenziata -, essa, ancora una volta, è la spia del vero oggetto del contendere: il Concilio ecumenico Vaticano II è - come insegna Benedetto XVI - un Concilio a pieno titolo, sì o no? Un Concilio, dunque, che - citando sempre il Papa - è 'nella continuità' con la Tradizione della Chiesa, ma che, proprio per questo, è anche un Concilio di 'riforma' e cioè, come intendeva Giovanni XXIII, un Concilio di 'aggiornamento' del messaggio di verità e grazia confidato da Gesù alla Chiesa, un messaggio che è lo stesso 'ieri, oggi e sempre', ma che va detto con linguaggi nuovi per poter essere accolto con gioia ed efficacia di vita dalla gente del nostro tempo".
Al di là del fenomeno lefebvriano, sembra che i movimenti identitari forti suscitino un certo appeal nella gente a scapito invece di correnti di pensiero e di spiritualità più dialogiche. Che cosa dire di questo fenomeno? "La nostra - e ancor più quella che verrà - è l'epoca della globalizzazione, e cioè, detto in termini culturali, l'epoca in cui scopriamo e siamo chiamati a sperimentare (con tutta la fatica del caso) di essere veramente e concretamente un'unica famiglia. Ciò chiede di saper vivere la propria identità per ciò che essa è: un dono per sé ma anche per gli altri. Questa esigente novità richiede un cambio culturale, esige cioè una maturazione a livello di coscienza e di espressività. Un cambio come questo non s'improvvisa. Ed è più che naturale che, di fronte alla novità di una sfida del genere, si sia tentati di ripiegare sulla difesa a oltranza della propria identità. Un fatto fisiologico, e anche positivo se e quando l'affermazione dell'identità è finalizzata, in fin dei conti, a vivere meglio e con più frutto la relazione con l'altro. Che diventa però un fatto regressivo e patologico quando quest'affermazione è assolutizzata e vissuta come chiusura gretta e preconcetta".
Non c'è secondo lei il rischio che "il dibattito lefebvriano" possa dare un messaggio distorto sulla Chiesa? E come difendersi da questo rischio? "Il pericolo c'è, quando la volontà di dialogo mostrata dalla Chiesa cattolica nei confronti della Fraternità San Pio X venga letta come un cedimento o un compromesso che finisce con l'archiviare il Vaticano II e l'insegnamento di Paolo VI e Giovanni Paolo II. Bisogna mostrare che le cose non stanno così. Lo ha detto a chiare lettere Benedetto XVI: si tratta, proprio in conformità allo stile comunionale e dialogico del Vaticano II, di tentare tutte le vie possibili per riaccogliere nell'alveo dell'unica grande Chiesa di Cristo chi corre seriamente il rischio di separarsene".