Cambia il luogo, cambia il nome, cambia l’identità e il numero delle vittime, ma le modalità in cui si esprime la follia omicida del pazzo killer di turno presentano elementi costanti: giovane età dell’assassino, libero possesso di armi, fanatismo, ispirazione a personaggi immaginari. E poi l’accompagnamento dei soliti commenti: “Era un ragazzo normale, soltanto un po’ strano, ma… chi l’avrebbe mai detto?”. “Ma il suo profilo online presentava elementi sospetti”… Non c’è proprio niente di normale, nemmeno stavolta, nella vicenda di James Holmes, il ventiquattrenne killer del cinema di Denver che, durante la proiezione dell’ultimo film su “Batman”, ha ucciso 12 persone e ne ha ferite altre 58, molte delle quali sono state ricoverate in ospedale in condizioni critiche. Gli Stati Uniti non sono certo nuovi a episodi come questo, complice la grande estensione del loro territorio e la politica dalla libera vendita di armi. E recenti fatti, altrettanto tragici, hanno dimostrato che il mondo intero è pieno di pazzi pronti a spargere sangue innocente come dentro un film. Nella nostra percezione, lo choc di fronte a simili eventi è tale che si rischia di confondere la realtà con la fantasia, quasi fosse una difesa o un modo per esorcizzare comportamenti intollerabili (nel vero senso del termine: razionalmente non li possiamo sopportare). Il fatto che la strage di Denver sia avvenuta dentro un cinema, durante la proiezione di un film, a opera di uno squilibrato che indossava una maschera e sparava urlando “sono Joker” ha contribuito a mescolare ulteriormente i piani. La circostanza per cui il killer è un ex studente di neuroscienze aggiunge un ulteriore ingrediente specifico a una storia che, se non avesse avuto un epilogo tanto tragico e drammatico, sembrerebbe scritta da uno sceneggiatore esperto del genere. Sembrava “una cosa da film” al punto che il pubblico inizialmente ha creduto fosse una trovata pubblicitaria per ravvivare l’emozione nella sala buia. Ma quando le prime vittime hanno cominciato a cadere esanimi sotto il fuoco della sparatoria, il risveglio dall’atmosfera onirica è stato molto più che brusco. E il contrasto fra finzione e realtà, insieme alla brutta sorpresa, ha reso ancora più inermi coloro che in quel momento si trovavano nel cinema. Appena si è diffusa la notizia della strage, il rilancio dei media è stato istantaneo. Alcune televisioni “all news” hanno aperto spazi d’informazione sul fattaccio, le prime pagine dei quotidiani online hanno immediatamente portato in primo piano la notizia e ne hanno progressivamente implementato i contenuti, i notiziari radiofonici hanno rivisto di conseguenza i palinsesti dei loro radiogiornali. I quotidiani hanno dovuto aspettare un giorno, ma hanno avuto il tempo di ricostruire – per quanto possibile – la dinamica dei fatti, fornire elementi di dettaglio sul luogo e sulle vittime, ricostruire il profilo dell’assassino. Il volto di quest’ultimo è circolato in tre fotografie: una da annuario scolastico in cui, dietro la faccia da bravo ragazzo, lo sguardo si concentra sugli occhi troppo spalancati e sul sorriso molto forzato per cercare di cogliere almeno un barlume di quella pazzia senza la quale la strage sarebbe ancora più incomprensibile; un’altra in cui il sorriso e lo sguardo sembrano più luciferini; una terza, ripresa da un sito di annunci sessuali, in cui, dietro i capelli rossi di una parrucca, sembrerebbe esserci ancora lui. La rete ha fatto scattare la ricerca di ulteriori particolari sul giovane e peccato per i suoi omonimi, che hanno visto i loro profili “social” inondati da migliaia di messaggi (alcuni perfino di ammirazione!). Accanto alla biografia dello squilibrato, le tragiche storie di chi ha avuto la sventura di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Come Jessica, giovane cronista sportiva che nello scorso giugno era sfuggita per puro caso alla follia di un altro omicida in un centro commerciale di Toronto e che quel giorno aveva capito “quanto è fragile la nostra vita, perché non possiamo sapere né quando né dove esaleremo l’ultimo respiro”. Di fronte a eventi simili, la curiosità di vedere, prima ancora che di capire, scatta inesorabilmente. Da parte dei media la tentazione della retorica è forte, forse anche per cercare quella catarsi e quello straniamento che soltanto proiettando la strage sul piano di un altrove la rendono quantomeno raccontabile. Ma bisogna stare attenti a non mescolare contenuti e linguaggi, sia per non anestetizzare le nostre coscienze di fronte a tragedie che non dovrebbero più ripetersi, sia per non cadere nel sensazionalismo che trasforma in protagonisti i pazzi assassini e che potrebbe suscitare emulazione in altri come loro.
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