Sarajevo è ''un simbolo per l'Europa'': intervista con l'arcivescovo
"Sarajevo è una città capitale ma anche un simbolo per l'Europa. È una città che è stata testimone di fatti storici terribili e crudeli. È proprio qui che vogliamo creare un nuovo clima fondato sulla uguaglianza e sulla libertà. Questo convegno favorisce la creazione di questo clima nuovo per Sarajevo". Lo afferma il card. Vinko Puljic, arcivescovo di Sarajevo, in un'intervista rilasciata a Maria Chiara Biagioni e Daniele Rocchi, inviati Sir Europa nella capitale della Bosnia-Erzegovina per l'incontro "Religioni e culture in dialogo" promosso dalla Comunità di Sant'Egidio (9-11 settembre).
Eminenza, il Meeting richiama alla convivenza, tema caro a questa area segnata 20 anni fa dalla guerra. Da allora, la Chiesa cattolica di Sarajevo come lavora per la riconciliazione? "Dopo la guerra ogni comunità è stata chiamata ad educare al perdono perché senza perdono non è possibile vivere insieme. Ma il perdono non libera la storia dai crimini commessi. Per farlo occorre la giustizia e questi crimini devono rendere ora conto ai processi nei tribunali. Ma ogni processo di giustizia può avere successo se il cuore si libera dal male, dall'odio. Soli cosi si può creare un clima di fiducia e riconciliazione. Noi abbiamo avviato da subito un progetto nella nostra scuola cattolica dove sono presenti studenti di diverse religioni e culture. Un altro progetto riguarda la pastorale giovanile che con campi di lavoro coinvolge giovani di diverse comunità. E infine la presenza della Chiesa cattolica nel Consiglio interreligioso. Ma al di là di tutti i progetti, è importante lavorare in famiglia, luogo in cui si costruisce un futuro, in cui le diversità sono rispettate".
I segni della guerra, i ricordi del passato sono vivi o si stanno lentamente dimenticando? "Prepariamo i sacerdoti per condurre bene questo processo non facile perché i sacerdoti sono le guide delle nostre comunità. Posso dire che il processo di guarigione dalle ferite del passato procede lentamente ma è avviato su una strada sicura. Ma, ripeto, è molto importante lavorare a livello familiare. L'odio ancora vive. Non è generalizzato. È piuttosto presente in gruppi estremisti".
In questo senso delle responsabilità vanno ricercate nel mondo della politica? "Non spetta a me dare giudizi o esprimere condanne. Gli accordi di Dayton (del novembre-dicembre 1995 che hanno messo fine a tre anni e mezzo di guerra in Bosnia, ndr) rappresentano un grave peccato poiché hanno segnato la divisione del Paese nell'indifferenza della comunità internazionale che non ha voluto porre rimedio a questa ingiustizia scaricandone le colpe sulla politica locale. Ma non si può mettere tutto sullo stesso piano. Ad aggravare questa divisione sono i giochi politici. La Bosnia, ripeto spesso, è come 'pochi spiccioli in una grande mano'".
Cosa si attende dall'Unione europea per il suo Paese? "L'Ue lavora in maniera molto lenta per la Bosnia-Erzegovina, lo ha fatto durante e dopo la guerra. Credo che l'Unione debba entrare maggiormente in Bosnia favorendo leggi democratiche, promuovendo progetti per farla crescere. Diversamente questa nazione non sopravvivrà. È urgente creare uno Stato in cui tutti i cittadini siano uguali, uno Stato normale nel quale non vi siano divisioni, a livello nazionale e locale. Servono, inoltre, progetti per risollevare l'economia. Senza lavoro la gente emigra e a farlo sono soprattutto i giovani che non hanno prospettiva. L'Europa deve impegnarsi di più in questi settori".
Cosa resterà a Sarajevo di questo meeting mondiale delle religioni, che città ritroverà? "Voglio essere realista. Questo incontro darà impulso e sostegno alla città e alla Bosnia e ne rafforzerà la speranza che edificare un messaggio di pace è possibile".