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Venerdì 01 Giugno 2012 
OMOFOBIA IN EUROPA  
Il pensiero della Chiesa

La risoluzione del Parlamento europeo letta da un teologo



Con 430 voti a favore, 105 contrari e 59 astensioni, lo scorso 24 maggio il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione sulla "Lotta all'omofobia in Europa". Il documento contiene la condanna di leggi, discriminazioni e comportamenti omofobici riscontrabili in Paesi come Russia, Ucraina, Moldova, Lituania, Lettonia e Ungheria, ma contiene anche affermazioni non condivisibili come quella secondo la quale i diritti fondamentali delle persone omosessuali "sarebbero maggiormente tutelati se esse avessero accesso a istituti giuridici quali coabitazione, unione registrata o matrimonio". Problematici anche il plauso al fatto che "16 Stati membri offrono queste opportunità" e l'invito agli altri Paesi Ue "a prendere in considerazione tali istituti". Come è noto, la risoluzione non ha alcun valore legislativo ma corrisponde a un orientamento politico dell'Assemblea, esprime il segnale di una cultura che si sta diffondendo in Europa ed appare un tentativo di "pressione" sugli Stati membri in una materia – quella familiare – che non è di competenza Ue. Per fare chiarezza sulla questione e sul pensiero e l'insegnamento della Chiesa, spesso ingiustamente accusata di omofobia, Giovanna Pasqualin Traversa, per Sir Europa, ha parlato con mons. Mauro Cozzoli, docente di teologia morale presso la Pontificia Università Lateranense.

Come valuta questa risoluzione?
"Il documento suscita un duplice ordine di riflessione, ispirato a condivisione il primo, a preoccupazione il secondo. Anzitutto la condivisione della denuncia di ogni forma di paura, di odio, di violenza, di emarginazione basati sull'orientamento sessuale delle persone. Ogni individuo umano è persona. Come tale ha valore 'in sé', in ragione della sua natura umana: egli vale per il suo 'esserci', non per il suo 'modo di essere', in questo caso per il suo orientamento sessuale. Questo significa che al gay, alla lesbica, al bisessuale, al transgender è dovuto il riconoscimento di dignità e il rispetto propri di ogni persona umana, e che ogni forma di emarginazione e di offesa va riprovata, contrastata e denunciata come lesiva della loro dignità. Il che deve avvenire non solo sul piano del giudizio e della denuncia morale, ma anche dell'ordinamento e della prescrizione legale".

Quali sono invece i motivi della sua "preoccupazione"?
"La risoluzione suscita al tempo stesso delle perplessità quando, dal diritto reale della persona gay, lesbica, bisessuale o transgender ad essere riconosciuta e rispettata nella sua dignità, si passa alla rivendicazione e al riconoscimento di diritti presunti, come il diritto al matrimonio e alla genitorialità".

Un leitmotiv che percorre il documento è il termine "discriminazione"…
"Un concetto che qui diventa equivoco. Disconoscere la dignità e il rispetto dovuti alla persona è atto discriminatorio, e perciò da riprovare e contrastare: tale dignità e rispetto è un diritto reale della persona. Precludere invece la possibilità del matrimonio e della genitorialità non è discriminazione, perché l'uno e l'altra sono 'istituti' d'ordine naturale, definiti dalla natura e non dalle volontà e dalle opinioni dei soggetti. Il matrimonio è l'unione stabile di un uomo e una donna su cui si fonda la famiglia e quindi la genitorialità. Mancando la comunione, la complementarietà e la procreatività uomo-donna, l'unione omosessuale non può reclamare un diritto al matrimonio e alla genitorialità".

L'esclusione di tale diritto non si configura quindi come un atto discriminatorio…
"No, è un atto di tutela e rispetto di verità e di beni che non sono a discrezione e opzione degli individui ma che normano e dirigono le scelte individuali. Sono verità e beni che nessun legislatore può contraddire. Il diritto non nasce dal desiderio. Non nasce neppure né da un consenso democratico né da correttezza procedurale. Nasce dalla natura delle persone e delle relazioni che le unisce. Motivo per cui la risoluzione non può – in nome della lotta all'omofobia – né obbligare i legislatori a prescrivere leggi che deviano dalla natura, né proibire il dissenso da opinioni e legislazioni favorevoli al matrimonio e alla genitorialità omosessuale. Un potere politico che facesse questo violerebbe la libertà di coscienza dei cittadini. Sono queste le linee di pensiero dell'insegnamento della Chiesa, improntato alla distinzione tra le persone omosessuali e gli atti omosessuali".

La Chiesa, pertanto, non può essere accusata di omofobia…
"No. Le persone – leggiamo nel Catechismo della Chiesa Cattolica – sono da 'accogliere con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione' (n. 2358). Gli atti di omosessualità invece sono detti 'intrinsecamente disordinati. Sono contrari alla legge naturale. Precludono all'atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati' (n. 2357)".

- GLI ALLEGATI
eur39.rtf (Allegato RTF)