“Un caso che ha cambiato il pensiero islamico, un positivo passo verso la convivenza tra le diverse comunità religiose presenti nel Paese”. Sono parole di sollievo e di speranza per il futuro quelle che Paul Bhatti, consigliere per le minoranze del primo ministro del Pakistan, pronuncia raccontando ai giornalisti il caso di Rimsha Masih, la bambina di 12 anni, con un ritardo mentale che il 16 agosto in Pakistan è stata incarcerata con l’accusa di blasfemia ed è stata nei giorni scorsi rilasciata su cauzione. “La cosa che dà incoraggiamento - ha detto Bhatti, parlando a Sarajevo dove anche lui partecipa all’incontro internazionale per la pace della Comunità di Sant’Egidio - è che la maggior parte degli ulema e degli imam mi hanno comunicato direttamente la loro volontà di agire perché non ci sia l’abuso della legge e sono determinati ad agire affinché non avvengano più episodi di questo genere che fanno vittime innocenti colpite a nome dell’Islam. È motivo d’incoraggiamento che avvenga questo. È la prima volta nella storia del Pakistan”.
I momenti critici dell’arresto. Bhatti racconta i momenti concitati di quando nel quartiere periferico di Islamabad, dove vive la famiglia di Rimsha, la gente era scesa per strada per manifestare contro la bambina dopo che si era diffusa la voce che aveva bruciato pagine del Corano. Ricorda soprattutto l’altissimo rischio che la situazione potesse degenerare in uno “scontro tra cristiani e musulmani, che in passato ha provocato danni inesorabili”. A questo punto Bhatti si è messo in contatto con le moschee più grandi e con i loro imam. E lì, c’è stata la svolta: “Gli imam hanno dato immediatamente risposta positiva, hanno capito e hanno bloccato qualsiasi tipo di messaggio di odio e vendetta contro i cristiani”.
La bambina e la famiglia. “La bambina - racconta Bhatti - è traumatizzata. Quando sono andato a prenderla dalla polizia, vedendo tutti i soldati attorno a lei per proteggerla, non capiva di essere stata liberata. Continuava a dire, ‘ho sbagliato, ho sbagliato’, pur essendo innocente”. La metà delle famiglie cristiane, che avevano lasciato il quartiere per paura di ritorsioni, è ritornata, ma la famiglia di Rimsha, invece, è ancora protetta in un luogo segreto perché “può correre dei rischi. L’idea è quella di lasciarla in Pakistan, che continui normalmente la sua vita quotidiana “ma se ci sono rischi bisognerà provvedere in altro modo”. La questione, comunque, non è finita, soprattutto riguardo gli abusi della legge sulla blasfemia. “Adesso - dice Bhatti - voglio che vengano fuori tutte le verità di questo caso in modo che la società pakistana e le persone di buona volontà capiscano che questa legge può essere usata in maniera scorretta per scopi personali”. Riguardo, infine, all’interessamento a questi casi da parte della comunità internazionale, Bhatti afferma: “Penso che possa essere un bene e un male. Bene, perché viviamo in un villaggio globale per cui di fronte ad un caso d’ingiustizia, l’interessamento della comunità internazionale è benvenuto, ma vorremmo anche che l’interesse non sia esclusivamente finalizzato a questi episodi ma considerare anche azioni a lungo termine perché questi episodi non avvengano più”.
Le parole dell’imam. A conferma delle parole di Bhatti, anche quelle del gran imam della moschea di Lahore in Pakistan, Muhammad Abdul Khabir Azad. “Spero con il cuore e prego Allah - dice anche lui da Sarajevo, dove è ospite della Comunità di Sant’Egidio - che sia fatta giustizia e che i veri colpevoli siano perseguiti. Tutti gli studiosi religiosi del Pakistan e gli esperti di Islam si sono seduti attorno a un tavolo e hanno deliberato che sono contro chi ha accusato Rimsha e sono per una soluzione positiva di questo caso”. L’imam di Lahore sottolinea come “la Corte non solo ha rilasciato Rimsha ma ha messo sotto inchiesta gli autori di questo caso, chi ha accusato la ragazza”. E poi aggiunge: “L’Islam è una religione pacifica e garantisce i diritti delle altre fedi. Anche lo Stato ha dato la garanzia di proteggere i diritti delle minoranze”. Riguardo, poi, al fratello di Paul, Shahbaz Bhatti, il ministro pakistano per le minoranze ucciso nel 2011, l’imam ha detto: “Shahbaz era un grande amico che aveva grandi sogni per il Pakistan e il mondo intero. Con lui abbiamo avviato iniziative di dialogo interreligioso e ora che la gente sta cominciando a capire cosa c’è dietro a queste vicende, possiamo lavorare di più e meglio”. “La violenza non è la soluzione”, e riguardo alla legge sulla blasfemia ha affermato: “Gli abusi sono proibiti e tutte le comunità religiose sono unanimi nel condannare ogni tipo di abuso”.
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