È passato quasi sotto silenzio sulla stampa italiana il vertice del Movimento dei Paesi Non Allineati svoltosi a fine agosto in Iran. Il Movimento venne creato dopo un lavoro di tessitura operato durante gli anni ‘50 dallo jugoslavo Tito insieme al primo ministro indiano Nehru, al presidente indonesiano Sukarno, a quello del Ghana Nkuram e all’egiziano Nasser, per creare una rete di Paesi, soprattutto tra quelli in via di sviluppo, che mantenesse una posizione distinta dai blocchi occidentale e sovietico coinvolti nella Guerra fredda. Malgrado la presenza di governi ideologicamente schierati, come quello di Cuba, il Movimento raccolse in breve tempo l’adesione di più di un centinaio di Paesi e svolse un ruolo di notevole interesse nei vent’anni successivi alla sua creazione. Successivamente, con la caduta del Muro, la sua importanza è sfumata. Tuttavia le conferenze dei leader si svolgono ancora ogni tre anni e sono un’occasione preziosa per sviluppare relazioni e, in qualche caso, sperimentare posizioni da tenere in ambiti più allargati e determinanti. A Teheran questa volta i delegati nutrivano qualche attesa in più, alimentata dalla presenza del Segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-moon. Uno dei piatti forti della discussione infatti era la situazione della Siria, che partecipava al vertice con il neonominato primo ministro Wael Nader Al-Halq. Ma il discorso introduttivo di Khamenei ha spento le speranze. La Guida suprema iraniana ha lanciato un attacco pesantissimo a Israele e alle Nazioni Unite, cui Ban Ki-moon ha dovuto replicare in modo duro e risentito. Le altre delegazioni hanno a quel punto preferito mantenere un profilo basso e privilegiare le relazioni bilaterali, come India e Pakistan, i cui premier hanno organizzato un incontro che ha avuto sulla stampa nazionale dei due Paesi molto più risalto del vertice. E coerenti al clima gli sherpa del Movimento hanno licenziato un comunicato finale che con la sua lunghezza (oltre 160 pagine!) rivelava l’assenza di un accordo. È in questo quadro che il neo presidente Morsi, primo leader egiziano a recarsi a Teheran dopo la rottura delle relazioni diplomatiche da parte iraniana seguita al vertice di Camp David nel 1979, ha giocato un ruolo notevole. Alcuni osservatori avevano commentato con preoccupazione l’avvicinamento fra Teheran e il Cairo, temendo che il dialogo tra gli ayatollah iraniani e i Fratelli Musulmani egiziani potesse alimentare una pericolosa deriva regionale e internazionale verso l’integralismo fondamentalista. Ebbene Morsi a Teheran ha preso posizione con chiarezza in favore della “rivoluzione siriana”. Ha raccontato della “primavera araba” sbocciata in Tunisia e subito dopo attecchita in Egitto e delle sue possibilità per diffondere la democrazia e i diritti umani in tutta la regione. Ha duramente criticato il regime di Assad che opera contro questo processo spargendo sangue e lo ha invitato a lasciare il potere. Non era facile né scontato parlare con tanta chiarezza di queste cose a Teheran, che da decenni finanzia il regime siriano e, attraverso la Siria, Hezbollah in Libano e Hamas a Gaza. La censura iraniana è stata immediata, nel senso letterale del termine: la traduzione simultanea dell’intervento del presidente egiziano, trasmessa in diretta dalla tv iraniana, ha sistematicamente tradotto Bahrein ogni volta che Morsi pronunciava la parola Siria e le sue critiche non sono comparse nei resoconti stampa iraniani. Ovviamente in rete la falsa traduzione è stata immediatamente pubblicizzata e ha creato un caso diplomatico con le proteste ufficiali del Bahrein, la richiesta di spiegazioni da parte del Consiglio degli Stati del Golfo Persico e la solidarietà dei Non Allineati e dei Paesi della regione a Morsi. Khamenei è apparso intenzionato a mostrarsi duro in casa e a nascondere le critiche esterne, creando così un pasticcio internazionale, Morsi, con la chiarezza delle parole e la solidarietà ricevuta, ha messo invece un altro tassello nella costruzione delle relazioni del nuovo Egitto. Dopo un primo passo incerto con la Corte Costituzionale per la nomina dei parlamentari, che ha trovato soluzione, ha incontrato i vertici Usa e cinese a cui ha confermato il rispetto di tutti gli accordi regionali, compresi quelli con Israele, conquistandosi peraltro il rinnovo degli aiuti finanziari Usa. Ha letteralmente decapitato il vertice dell’esercito, dando potere a ufficiali di carriera stimati dalla truppa e non catapultando al vertice uomini legati al suo movimento politico. Ha emesso un decreto presidenziale che rende impossibile la carcerazione preventiva per i giornalisti accusati di diffamazione (come accadeva invece sotto Mubarak). Mostra di muoversi sul piano interno e internazionale con coraggio e senso di responsabilità, smentendo l’immagine chiusa e fondamentalista che si attribuisce al movimento dei Fratelli Musulmani da cui proviene. Secondo alcuni critici si tratta solo di trucchi di facciata per poter operare più avanti una svolta integralista. Potrebbe essere un timore infondato. I Fratelli Musulmani sono un movimento integralista che da decenni conduce un’esperienza politica in Egitto all’interno delle strutture giuridiche formali dello stato liberale. Vivono quotidianamente il confronto con la modernità, provocati dalla necessità di trovare equilibrio e coerenza tra l’ortodossia, la tradizione e le sfide che il presente propone. Per certi aspetti vivono la stessa battaglia vissuta oltre un secolo fa dalla stagione dall’intransigentismo cattolico italiano, che tanto bene Pietro Scoppola descrisse. Quell’intransigentismo ammoniva a non partecipare al voto democratico per non legittimare le istituzioni dello stato liberale, che non erano fondate sul riconoscimento esplicito delle verità di Fede. Oggi ci appaiono posizioni superate, persino ingenue. Ma dalla stagione e dalla fatica degli intransigenti nacque la sapienza che illuminerà la feconda stagione di tanti cattolici democratici (da Sturzo a De Gasperi, da La Pira a Dossetti) che molto hanno dato alla politica e alla stessa chiesa nel nostro Paese. I Fratelli Musulmani in Egitto, con Morsi alla presidenza, vivono quella stessa sfida. Un coraggioso e aperto dialogo con loro può essere fecondo per tutti. E dal loro rigore può nascere speranza e non paura per il futuro.
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