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Martedì 11 Settembre 2012
Mons. Ignazio Sanna (arcivescovo di Oristano): ''La prima parola è solidarietà''
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Stagione calda per la Sardegna: prima i minatori della Carbosulcis che alla fine di agosto si erano calati nei pozzi di Nuraxi Figus, a -373 metri. Ieri a Roma si è vissuta un’altra giornata di tensione e trattative, fuori e dentro al ministero dello Sviluppo economico dove si è aperto il tavolo sulla vertenza Alcoa. Dentro al dicastero esponenti dell’esecutivo, azienda, enti locali e sindacati; nelle strade di fronte al ministero centinaia di lavoratori sardi in protesta, con operai disperati che hanno manifestato il loro disagio anche con lanci di bombe carta e andando a scontrarsi con le forze dell’ordine. Non sono mancati i feriti. Sulla questione, il Sir ha raccolto la parola dell’arcivescovo di Oristano, mons. Ignazio Sanna, a margine dell’incontro internazionale per la pace di Sarajevo.
Prima i minatori del Sulcis ora i lavoratori dell’Alcoa. Che dire? “La prima parola che si deve dire è indubbiamente quella della solidarietà perché sappiamo quanto sia importante il lavoro per una persona, per una famiglia. Il lavoro è identitario e se si perde il lavoro in qualche modo si perde la propria identità. Quindi solidarietà e comprensione per tutte queste persone che vedono tantissima incertezza nel loro futuro e la Chiesa che è sempre dalla parte dell’uomo, non può chiudere gli occhi davanti a questa realtà. Indubbiamente dobbiamo essere anche realisti. Che cosa possiamo fare concretamente noi come Chiesa? Vogliamo allora fare appello alla coscienza a chi ha il dovere e la possibilità di trovare risorse e di indirizzare lo sviluppo. Sappiamo che oggi alcune forme di produzione non sono più attuali e redditizie. Occorre allora probabilmente utilizzare la fantasia e la creatività per far sì che rimanendo i posti di lavoro ci siano anche prospettive di sviluppo più chiare, efficaci e interessanti per l’economia”.
I toni delle proteste si sono alzati. Preoccupa questa situazione? “Indubbiamente preoccupa perché poi magari si finisce per passare dalla parte del torto. Si condivide la protesta anche se si svolge in termini forti ed efficaci purché rimangano sempre nel rispetto delle cose, delle strutture e delle istituzioni e nel rispetto anche delle persone. Purtroppo quando c’è l’esasperazione, non c’è più razionalità. Preoccupa quando l’esasperazione prevale sulla razionalità”.
Evidentemente si alzano i toni perché non si viene ascoltati. “Sì, oltretutto le ragioni che si portano avanti sono più che valide, quindi occorre che ci sia una volontà politica chiara di ascoltare ma di ascoltare anche per trovare delle soluzioni, perché sarebbe troppo facile dire: ‘non possiamo fare nulla, questo tipo di impresa non rende più o questo tipo di sviluppo non è più valido. Occorre invece andare avanti e dare realmente delle ragioni chiare di speranza a questa gente perché le forme di esasperazione sono altissime”.
La Sardegna di nuovo sulle prime pagine dei giornali. Di che cosa ha bisogno? “Intanto ha bisogno di una economia che dia lavoro soprattutto ai giovani. Se vale quello che si dice a livello nazionale, che ai giovani si sta rubando il futuro, questo penso che sia particolarmente vero per i giovani della Sardegna. Un’altissima percentuale sono senza lavoro. Il che significa che se mancano queste forze che possono creare futuro e speranza, effettivamente non c’è prospettiva per la Sardegna. Abbiamo allora bisogno che si ritorni a produrre, ad avere la tranquillità e la serenità che dia alla gente la possibilità di vivere rispettando i propri sentimenti, i propri affetti e non avendo la preoccupazione del domani. Senza lavoro è un modo disumano di vivere”.
Un auspicio finale per la trattativa dell’Alcoa? “L’auspicio finale è che si possa veramente trovare una via di uscita perché con la buona volontà da parte di tutti e con volontà politica, tenendo conto anche realisticamente delle condizioni dell’economia, si riesca a dare speranza a questa gente perché ridando speranza, si garantisce loro libertà e dignità”.
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