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Mercoledì 01 Agosto 2012
Dati Istat: non basta una bufala mediatica per ridimensionare una crisi che sembra senza fine
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Per fortuna che, tra i terrificanti dati raccolti dall’Istat sull’occupazione in Italia, c’è una grossissima bufala mediatica che un po’ li ridimensiona: quella della percentuale di disoccupati tra i 15 e i 24 anni. Sarebbe del 34,3%, più di uno su tre. Tenendo conto che in questa fascia d’età la percentuale di chi ancora studia è alta, la faccenda si ridimensiona, pur rimanendo preoccupante. Rimane il fatto che giovani e donne, quindi soprattutto le giovani donne, sono le categorie più in difficoltà nel trovare un lavoro: “merito” della crisi economica da una parte; delle recenti manovre e riforme dall’altra. Perché se si allontana il pensionamento dei 50-60enni, e si blocca il turn over nelle pubbliche amministrazioni, per un giovane diventa arduo trovarsi un posto (stabile) di lavoro. Per una giovane meridionale, una pura impresa in un territorio sostanzialmente povero di imprese. E sta diventando arduo per tutti mantenerlo, il posto. Se i disoccupati “ufficiali” nel giugno appena passato hanno sfiorato quota 2.800.000 (la più alta da quando l’Istat rileva questo dato, cioè da otto anni in qua), la cifra che meglio testimonia i tempi bui che stiamo vivendo è un’altra: in un solo anno, questa montagna si è ingrossata di 752 mila unità! E c’è una slavina in movimento a monte di questo numero: la massa di cassintegrati (ben 300 mila in Italia), molti dei quali destinati con certezza a ingrossare le fila dei disoccupati entro breve tempo. C’è un po’ di luce - fioca - nel buio di questi numeri. A far esplodere il numero dei disoccupati ufficiali non è stata solo la sparizione di posti di lavoro, ma soprattutto il maggior numero di persone che si sono messe alla ricerca ufficiale di un’occupazione. Insomma, s’è ridotto il dato dei cosiddetti “inattivi”, che invece si stanno attivando per trovare un’occasione di reddito. Segno che in molte famiglie è cresciuto il fabbisogno di soldi, laddove prima un’unica entrata bastava. Quindi è, in particolare, il mondo femminile in prima fila in questa valle di lacrime: molte (finora) casalinghe o inoccupate stanno cercando un lavoro che proprio per loro manca. È indubbio che a patire di più i morsi della crisi sono i lavoratori con basso profilo professionale, con scarse capacità spendibili in un mercato del lavoro stitico e selettivo. E buona parte di queste richieste di lavoro è inseribile nella generica voce “manovalanza”. Per concludere, cresce il numero di chi è alla ricerca di un’occupazione, in un momento in cui (per fortuna) i posti sono sostanzialmente stabili ma molto labili. Giovane, donna, meridionale: l’identikit di chi ha meno speranze di trovare qualcosa di buono. Rischia di trovare invece qualcosa di cattivo: il lavoro nero sta esplodendo, lo sfruttamento, il sottopagamento trovano autostrade libere in un’Italia che fa ancora troppa fatica a ricondurre lavoro e redditi dentro i recinti della legalità.
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