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Mercoledì 01 Agosto 2012
FEDE E CULTURA
L'alfabeto di una città
Vercelli: l'arcivescovo Enrico sulla dimensione comunitaria dell'educare

“Educare non si riduce a trasmettere norme di buon galateo; non si riduce a illuminare l’intelligenza per il traguardo di un titolo di studio socialmente utile; non significa allenare il corpo per guadagnare buoni risultati sul campo sportivo. Educare significa riconoscere il mistero complesso ed esigente della persona”: così l’arcivescovo di Vercelli, mons. Enrico Masseroni, ha parlato della “Città di Eusebio, città educativa” nell’omelia pronunciata mercoledì 1 agosto, durante la solenne celebrazione in onore del santo patrono non solo della città, ma della diocesi e della stessa regione Piemonte. Di fronte alle autorità religiose e civili, tra cui diversi vescovi delle diocesi della metropolia, mons. Masseroni ha sottolineato l’ “urgenza educativa”, la “sfida”, l’ “emergenza” in cui si trova la nostra società. “Si avverte una sorta di inquietudine, - ha detto aprendo la riflessione - perché la relazione educativa si è fatta problematica, soprattutto tra le mura domestiche, in famiglia, nella scuola. La questione educativa ha varcato i confini della stessa comunità ecclesiale, quasi sempre la prima ad avvertire con gli occhi dei profeti, i rari veggenti del futuro, i segnali dei tempi nuovi, i passaggi intergenerazionali”.

Fare breccia nel muro dell’indifferenza. Se l’urgenza consiste nell’educazione, intesa come “trasmissione di valori che danno un senso alla vita” portando una vocazione personale al suo compimento, per l’arcivescovo occorre rivolgere l’attenzione a due livelli del problema: “Quando si parla di vocazione, si allude a un’ identità personale. Ciascuno ha un suo progetto di vita, una professione, un’attitudine egemone; e si dimentica che anche una comunità, la città, ha una vocazione, un’identità. Ogni città racconta la sua storia; anche se oggi è in atto quel processo di globalizzazione che sembra vanificare la differenza, il particolare”. Mons. Masseroni ha quindi aperto la prospettiva che ad educare non è soltanto un padre, una madre, un insegnante, un catechista, ma “la città”, una città educante. Quindi ha posto una domanda: “Come l’educazione alla fede può fare breccia nel muro dell’indifferenza? Come la città può ridiventare educativa?”. La sua risposta è stata anzitutto nel segno “della memoria”, vale a dire – ha sottolineato – dei tanti “segni” che rimandano a un passato e a un insieme di contenuti spirituali. “Le diverse chiese, all’incrocio delle nostre strade, tra le nostre case, svettano verso l’azzurro: hanno le porte aperte o troppo chiuse sui percorsi dove la gente va e viene”. “I segni – ha poi aggiunto – sono l’alfabeto di una città, sono la sintassi di una storia: parlano”.

Il linguaggio dell’esempio. Proseguendo nella riflessione sul ruolo educativo della città, mons. Masseroni ha poi affermato che “la città educa nei segni del tempo abitato da Dio e dagli uomini. Se la città vuole essere educativa, non può cancellare i segni che scandiscono i tempi sacri. C’è, infatti, una diffusa esigenza di umanizzazione della vita. Ma questo processo non è pensabile attraverso un umanesimo escludente Dio”. Tale umanizzazione passa attraverso scelte attente “all’umano”, a partire da un “armonico equilibrio” ad esempio tra “i tempi del lavoro e le esigenze della famiglia, la professione, la maternità, il lavoro e la festa”, tutti fattori che ha definito “importanti per costruire una società dal volto umano”. Ha anche aggiunto che “là dove non si vede il volto di Dio, il volto umano viene sfigurato”. A questo riguardo ha affermato che “l’invasione della domenica attraverso l’apertura dei centri commerciali, l’occupazione del tempo pieno sui campi di calcio, l’evasione edonistica, espropriano Dio, e la vita viene condannata ad una perdita in umanità. I nostri ragazzi non sono soltanto muscoli da snellire, gambe da allenare, ma sono cuori da illuminare con la luce di Dio, sono coscienze da formare…”. Questo l’impegno proposto a “testimoni” che debbono essere “autorevoli”, perché “la fede vive nei segni della testimonianza”. Riferendosi in particolari ai fedeli di Vercelli ha concluso augurando “che la città di Eusebio possa ricuperare una seria auto-coscienza educativa che ha bisogno di testimoni viventi, con il linguaggio persuasivo e autorevole dell’esempio”.




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