Ora che la riflessione di questi giorni diviene più organica, appare ancora più chiara l’immensa complessità del problema Ilva di Taranto. La giusta istanza dei lavoratori, urgente e drammatica, non può in questo momento procrastinare quella ambientale, altrettanto urgente e drammatica. Se così fosse, il parto doloroso che vive la città servirebbe a ben poco. Quell’equità invocata da Benedetto XVI fra diritto alla salute e diritto al lavoro, diventerebbe un’utopia. Alla magistratura è spettato il compito di segnare un punto di non ritorno. In un Paese, quello italiano, che non fa altro che gestire un’emergenza dopo l’altra, pensare al futuro sembra un lusso. L’Ilva, già solo visivamente, impressiona chiunque si avvicini alla città dei due mari; è un mostro bollente e fumante che ne deturpa la naturale bellezza e ne minaccia costantemente la vita. Questo colosso ha significato la partecipazione al boom economico anche per Taranto e per molta parte del Meridione d’Italia, del profondo Sud, delle terre arse dal sole e coltivate dal massacrante lavoro dei contadini, trasformandoli a partire dagli anni Cinquanta in un esercito di “metal mezzadri”. Oggi, migliaia di famiglie, in mezzo ai morsi della crisi, vivono grazie al solo stipendio del siderurgico. Gli operai per primi e poi tutti, a cerchi concentrici intorno alla fabbrica, situata prepotente vicino ai centri abitati, a cominciare dal quartiere Tamburi e dal comune di Statte e per diversi chilometri, vivono a contatto con polveri ed emissioni nocive. Il mare, le campagne... tutto è contaminato dalla diossina: si distruggono le cozze e si abbatte il bestiame. Una realtà industriale di questo tipo, oltre all’impatto ambientale devastante, innesca comunque una parte significativa dell’economia locale. Che fare? Dove sta il giusto? La Chiesa di Taranto, attraverso la voce del suo pastore, mons. Filippo Santoro, cerca di cogliere in profondità la trama delle ferite di una città assediata dal colosso dell’acciaio. Mentre si attende il riesame del 3 agosto e la tensione ricomincia a salire in una città disorientata e fino ad adesso lasciata sola con il suo problema, l’arcivescovo ha organizzato una fiaccolata e una veglia di preghiera che si terrà domani sera proprio nel quartiere delle polveri, il rione Tamburi. Desidera che, a partire dai malati oncologici, dagli operai, dai parenti delle vittime sul lavoro, dall’intera comunità ecclesiale, tutti siano presenti anche se solo spiritualmente. Ribadisce il suo appello, l’arcivescovo, affinché il momento che si sta vivendo non si traduca “in una guerra fra vittime, perché questo è un problema che riguarda tutti”. E mai come adesso è necessaria l’unità nel chiedere, per ottenere giustizia e diritto. “È una situazione molto complicata - dice mons. Santoro, che né ha, né vuole dare soluzioni o indicazioni -, nessuno ha ricette prodigiose per spingersi oltre il dramma che stiamo vivendo. In questi primi mesi del mio ministero tarantino, tanti hanno bussato alla mia porta, tutti l’hanno trovata aperta. Le mie visite in alcuni luoghi-simbolo della sofferenza in città manifestano la missione della Chiesa per essere testimone di speranza e di carità”. L’arcivescovo ha “invitato” alla veglia di preghiera i ricoverati in ospedale e i detenuti: “Anche i fratelli e le sorelle ricoverati nell’ospedale, gli amici della casa circondariale di Taranto, se lo desiderano, alla stessa ora, possono unirsi spiritualmente alla nostra preghiera”. Tutti uniti, dunque, per il futuro della città.
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