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Venerdì 27 Luglio 2012
Una situazione ad alto rischio da troppo tempo sottovalutata e strumentalizzata
Emanuele Ferro - direttore ''Nuovo Dialogo'' (Taranto)
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Siamo nel cuore della crisi mondiale, eppure lo stabilimento siderurgico Ilva di Taranto, dal quale proviene il sostentamento di più di 12.000 famiglie, che corrisponde al 20% dell’export pugliese e che è un’azienda di valenza strategica per l’Italia, non si blocca per ragioni di mercato o amministrative-fallimentari, ma perché il provvedimento del Gip Patrizia Todisco ha posto sotto sequestro sei reparti delle aree cosiddette a caldo, compresi i parchi minerali, disponendo la misura degli arresti domiciliari per otto indagati fra i quali spiccano i nomi della dirigenza del Gruppo Riva. La motivazione è legata all’inquinamento ambientale, causa di malattie e di un alto indice di mortalità ormai conclamati e certificati. Così la città, capoluogo ionico, sta vivendo ore drammatiche. Migliaia e migliaia di operai occupano pacificamente i tre ponti simbolo che collegano i due mari alla terra ferma e all’isola su cui sorge la città e protestano sotto il palazzo del Governo, dove hanno sede la Prefettura e la Provincia. Si concretizza, certamente non all’improvviso, un incubo che è stato sempre colpevolmente ignorato e considerato solo fantasia di certi ecologisti. Sensibilità, quella ambientalista, che in questi anni è andata maturando in maniera esponenziale soprattutto per il moltiplicarsi dei morti per tumore, per il problema della diossina che, man mano, ha compromesso in un raggio di almeno 20 chilometri la produzione di mitili e l’allevamento di capi di bestiame. Non sappiamo ancora se il riesame, invocato immediatamente dal ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, ridisegnerà lo scenario attuale tarantino; così come ancora non si ha contezza dei tempi e delle modalità dello spegnimento degli impianti, se le cose dovessero rimanere allo stato attuale. Ma nello sconcerto e nel disorientamento, quello che fa più rabbia in quest’ora, è che coloro che continuano a portare il peso di questa complicata situazione siano gli operai. I loro posti di lavoro sono stati sempre contrappeso sul piatto della bilancia, costringendo l’opinione pubblica nelle secche assurde di chi si deve sentire costretto a scegliere tra morire di fame o morire di inquinamento. E ora, mentre la questione occupazionale si mostra in tutta la sua drammaticità, si possono guardare in faccia gli attori del disastro che si defilano dietro la difesa del diritto al lavoro. Anni e anni nei quali “la gestione del siderurgico di Taranto - cita il provvedimento - è sempre stata caratterizzata da una totale noncuranza dei gravissimi danni che il suo ciclo di lavorazione e produzione provoca all’ambiente e alla salute delle persone”. È stato perseguitato il diritto e calpestata la sicurezza! Si sa che nel battersi il petto, alla stregua di quelli in parole e in opere, ci sono i peccati di omissione. Altrettanto gravi. Omissione della politica che sapeva perfettamente ciò che accadeva. L’inquinamento e l’occupazione sono sempre stati i cavalli di battaglia di competizioni elettorali infuocate, poi messi al riposo nelle scuderie dell’incompetenza totale, all’ombra del pavido e squallido interesse di chi deve salvare la propria poltrona sottacendo e sottostando a connivenze più o meno scontate e manifeste. Troppo grande l’Ilva per Taranto, per i suoi amministratori. Troppo comodo, al momento impossibile, che Taranto paghi da sola questo prezzo. Per questo l’arcivescovo, mons. Filippo Santoro, da mesi chiede che questo divenga un caso nazionale. Il pastore della diocesi ionica non ha mancato in questi giorni di chiedere sacrificio a tutti e di non anteporre nulla al futuro della nostra gente. Futuro, una parola questa che sembra allontanarsi e incupirsi, un termine evaso dall’agenda politica, che si rivela lenta nel programmare, costretta ancor oggi a trovare rattoppi piccoli a danni catastrofici, non ultimo quello delle bonifiche ora invocate, molto tardi, come se una zattera potesse salvare i passeggeri di un transatlantico. Mai come in questo momento è necessario che la città, troppo spesso disgregata, si stringa intorno ai “suoi” operai, che sono quelli che l’hanno resa grande con il loro lavoro e che ne hanno accompagnato il declino dovuto anche alla chiusura di imprese storiche, dai Cantieri navali alla Belleli. La perdita di tanti posti di lavoro segnerebbe ancor più pesantemente il destino di Taranto. L’appello è agli uomini di buona volontà: non lasciamo soli i tarantini.
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