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Primo punto: a forza di dire che i personaggi pubblici devono per forza di cose sottostare – come nel caso della rivista satirica tedesca “Titanic” con le foto truccate del Pontefice – a indegni bombardamenti mediatici, si lede la libertà e la dignità di tutti e non solo di quanti vengono colpiti. Il secondo punto riguarda la natura medesima della satira, e qui il discorso si fa complesso, ma, nel contempo, piuttosto logico, e, crediamo, condivisibile dai più. Vi sono colpi così forti che oltrepassano il confine tra bene e male, e non a caso, “Il male” si chiamava una rivista satirica italiana che non brillava per rispetto di ciò che è radicato nel cuore della gente, come la fede. Gli autori di questo tipo di satira (ma è satira?) hanno sempre una scusa: scherzare sulla fede, dicono, non le toglie valore, chi ce l’ha ce l’ha, e via dicendo. Quindi l’offesa, recata con una satira contrabbandata per arte, viene praticata senza scrupolo e senza rischio. L’etica ha per questo tipo di persone una assoluta relatività (sarà un caso che abbiano preso di mira così volgarmente colui che ha attaccato il relativismo imperante?), anzi, l’unica etica possibile è quella che fa vendere più copie. Ora il blasfemo ha il fascino della trasgressione, del terribile in senso religioso, e del cattivo gusto. Il quale ultimo non è così innocuo come si crede. “Titanic” vende con punte di centomila copie a numero. Deve vendere, che gliene importa come. Dal punto di vista degli autori dei tarocchi fotografici, la Conferenza episcopale tedesca plaude alla decisione del Tribunale di Amburgo di vietare la diffusione del periodico e di oscurare le foto blasfeme. Una decisione e un plauso condivisi da quanti, e sono i più, nella forma satirica di comunicazione praticata da “Titanic” vedono la realtà, vedono cioè un’enorme valanga di volgarità e squallore.
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