Ogni anno, l’11 luglio, a Potočari, nel memoriale che sorge di fronte all’ex comando dei caschi blu di Srebrenica, si commemora la strage di oltre 8.000 musulmani bosniaci, uccisi l’11 luglio 1995, dalle forze serbo-bosniache. Trattasi del più atroce episodio di guerra della storia d’Europa dopo la fine della seconda guerra mondiale. Il conflitto in Bosnia era arrivato al suo terzo anno, quando le truppe serbo-bosniache misero sotto assedio Srebrenica, enclave musulmana in territorio serbo sotto la protezione dell’Onu fin dall’inizio della guerra. A proteggerla, un contingente di caschi blu olandesi. All’inizio di luglio, il generale Ratko Mladic attacca la città che tenta la resistenza salvo poi cadere l’11 luglio. Nelle successive 48 ore tutta la popolazione viene scacciata: le donne, quelle sopravvissute a stupri e violenze, trovano rifugio con i bambini a Tuzla, nel nord della Bosnia, mentre gli uomini, circa 8.000, tra loro anche giovani e anziani, vengono radunati nella piazza centrale e molti giustiziati sul posto. Gli altri caricati e portati via sui camion e mai più ritrovati. Secondo le testimonianze rese dai sopravvissuti, vengono massacrati come animali e sotterrati in fosse comuni. I loro resti sono stati recuperati in più di 150 località della zona, di cui 74 erano fosse comuni, dette “secondarie”, dove i morti, alla fine della guerra (1992-95), sono stati trasferiti dalle forze serbo-bosniache nel tentativo di occultare le prove dell’eccidio. I principali responsabili del genocidio, perché di genocidio si trattò come emerge dalle istanze giuridiche del Tribunale penale dell’Aja per la ex-Jugoslavia, della Corte internazionale di giustizia e della Corte di Bosnia-Erzegovina per i crimini di guerra, sono Radovan Karadzic e Ratko Mladic, rispettivamente capo politico e militare dei serbi di Bosnia. Sulla “ricorrenza” Daniele Rocchi, per Sir Europa, ha raccolto la testimonianza del card. Vinko Puljic, arcivescovo di Sarajevo.
Eminenza, a distanza di 17 anni la ferita di Srebrenica resta aperta e sanguinante… “Questo giorno, in cui ricordiamo migliaia di morti innocenti, deve diventare un esame di coscienza non solo a livello nazionale ma anche mondiale. Bisogna promuovere il rispetto per tutte le vittime della guerra e, in modo particolare, per quelle di Srebrenica. In Bosnia-Erzegovina si sono registrati tanti morti e bisogna stimolare nell’opinione pubblica il rispetto di tutte le vittime, che hanno perso la vita a causa dell’odio”.
La politica sembra aver fallito questo scopo, su quali valori appoggiarsi allora per tentare di guarire questa ferita? “Dobbiamo creare un clima e una mentalità contro la guerra che poggi sui principi di verità storica, di giustizia e di pace. Non basta la verità politica ma serve quella storica, che analizzi i fatti accaduti con profondità. La verità deve coniugarsi con la giustizia: i responsabili devono rispondere per le loro azioni. Per conseguire la pace, poi, occorre l’uguaglianza delle persone, di qualunque fede, etnia, e identità nazionale. Dall’uguaglianza deriva il rispetto dei diritti umani e della dignità sia dei vivi sia di coloro che hanno perso la vita”.
Srebrenica oggi è non più una città sotto assedio ma è ostaggio della povertà e dell’oblio della comunità internazionale. Perché? “Questo avviene a causa della manipolazione da parte dei politici che vogliono avere dei riconoscimenti da questa città simbolo. Manca, invece, il rispetto per i suoi morti. Bisogna allora che a livello pubblico, politico e internazionale si lavori per correggere queste ingiustizie. Non dobbiamo dimenticare Srebrenica ma lavorare per sanare le ingiustizie e le tante ferite ancora aperte”.
Oggi a Potočari saranno inumati altri 519 corpi. Si tratta delle ultime vittime identificate quest’anno con il test del dna e che saranno messe accanto alle 5.137 tombe già esistenti… “Oggi non sarò a Potočari in veste ufficiale perché voglio evitare strumentalizzazioni politiche. Andrò da solo a pregare per tutti i morti e a sostenere e dare speranza ai vivi”.
Sarajevo, dal 9 all’11 settembre, ospiterà centinaia di leader religiosi di tutte le confessioni e personalità di oltre 60 Paesi, a 20 anni dal suo assedio. Una città, anch’essa martire di una guerra fratricida, che oggi si propone come paradigma della convivenza tra i popoli per l’Europa. Un messaggio anche per Srebrenica? “C’incontreremo per creare quel clima che, come dicevo prima, sia contrario alla guerra e favorevole alla pace e alla riconciliazione. Vogliamo un clima nuovo per Sarajevo, per Srebrenica, per tutta la regione, sotto il profilo religioso, culturale e politico. E c’impegneremo per raggiungerlo”.
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