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Mercoledì 11 Luglio 2012
Bruxelles intende riprendere il ruolo che aveva lasciato a Mosca e Washington
Mauro Ungaro - esperto in politiche balcaniche
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Disse un giorno Winston Churchill che i “Balcani producono più storia di quanta ne possono digerire”. E, in effetti, la realtà degli Stati nati dal collasso di quella che fu la Yugoslavia di Tito continua ad assomigliare a uno di quei vulcani che, a prima vista, appaiono sonnacchiosi e inerti: a saperli ascoltare bene si percepisce però un borbottio che ricorda a tutti che sotto la crosta qualcosa si muove e che, prima o poi, il rischio è quello di un’eruzione disastrosa. A ricordare la complessità di quell’area, poi, ritornano, di anno in anno, date ormai fissate nella storia dell’umanità come monito per le generazioni dell’oggi e del domani a non ripetere gli errori compiuti da quelle di ieri. E così l’11 luglio rappresenta ormai da 17 anni uno di quei giorni che i romani avrebbero definito “dies nefastus”. In quel giorno del 1995, le truppe serbo-bosniache diedero, a Srebrenica, il via al massacro di 8 mila civili bosniaci musulmani. Il mondo, allora, assistette forse più indifferente che impotente a quello che anche recentemente la Corte internazionale di giustizia dell’Aja, nel processo a Radovan Karadzic, ha definito essere stato un vero e proprio genocidio ovvero un atto premeditato, volto a sterminare un intero popolo. Un giudizio di merito non scontato, visto che la Corte ha prosciolto dall’analogo capo d’accusa il leader serbo per altri pur ugualmente tragici avvenimenti. La coscienza del resto d’Europa ha maturato da allora un tacito debito verso i Paesi di quell’area, acquisendo la consapevolezza che la propria unione (non solo geografica o economica!) potrà dirsi completa solo quando coinvolgerà anche questi Paesi. Considerata la diversità di lingue, culture, fedi che qui hanno trovato casa nel corso dei secoli divenendone, allo stesso tempo, fonte di ricchezza ma anche motivo di conflitti le cui conseguenze si sono fatte sentire in tutto il Continente. Dopo l’impasse seguita all’allargamento nel 2006 ai 27, Bruxelles ha riacquistato interesse per l’area, riprendendo a svolgere quel ruolo da protagonista a cui negli anni precedenti aveva abdicato a favore di Mosca e Washington. E così si è giunti a sbloccare negoziati fermi da tempo e a definire la data dell’adesione della Croazia (in programma il 1° luglio 2013), procedendo sulla strada verso analogo obiettivo con Belgrado. Il frutto più evidente in questo caso è stata proprio la consegna al Tribunale internazionale dei criminali di guerra serbi, anche se ancora molto rimane da fare, specie nella soluzione della questione Kosovo. Il governo del premier Cvetkovic non ha partecipato alla recente conferenza regionale sull’integrazione europea e la stabilità dei Balcani svoltasi in Croazia. Un’assenza motivata ufficialmente con le consultazioni in atto a Belgrado per la formazione del nuovo governo di coalizione, ma in realtà si è trattato dell’ennesimo chiaro segnale di non gradimento per la presenza all’incontro dei rappresentanti di quel Kosovo di cui non ha mai avallato l’autoproclamata indipendenza. Nei giorni scorsi, è infine toccato avviare ufficialmente i negoziati di adesione all’Ue al Montenegro: un Paese che raramente trova spazio sui mass media occidentali ma che, grazie alla sua collocazione geografica sull’Adriatico, è divenuto pericoloso punto di riferimento per la criminalità organizzata internazionale, assistendo a un dilagare della corruzione al proprio interno. Podgorica ha bisogno del sostegno Ue (verso cui già indirizza il 50% delle proprie esportazioni e da cui ha già ottenuto 235 milioni di fondi Ipa per il 2007-2013) per dare ossigeno a un’economia che, dopo il boom seguito all’indipendenza dalla Serbia nel 2006, sta conoscendo un periodo di notevole difficoltà. Si avvicina la data simbolica del 2014: dal cuore dei Balcani, un secolo fa, si sprigionò la scintilla per quel conflitto dopo il quale, per il Vecchio Continente e i suoi abitanti, nulla fu più come prima. Per l’Ue la sfida a costruire proprio da qui il proprio futuro di pace duratura.
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