Con una decisione storica l'Unesco ha incluso, il 29 giugno, la Basilica della Natività di Betlemme e la via del pellegrinaggio tra i siti Patrimonio dell'Umanità. Il luogo santo si aggiunge ai 936 nomi dei luoghi da salvaguardare che si trovano in ben 153 Paesi diversi, diventando così il primo sito palestinese ad entrare nella lista. La votazione, a scrutinio segreto, è passata con 13 sì, 6 no e 2 astenuti, dando soddisfazione all’Autorità nazionale palestinese che aveva fatto richiesta di iscrizione, il 18 marzo scorso, inoltrandola come “procedura d'urgenza”. La decisione del Comitato per il patrimonio mondiale, di cui fanno parte i rappresentanti di 21 Paesi, riunito in questi giorni a San Pietroburgo proprio per esaminare 33 candidature alla lista dei siti Patrimonio dell'Umanità, è stata accolta tra gli applausi dalla delegazione palestinese. "Questi siti rischiano la distruzione totale a causa dell'occupazione israeliana, della costruzione del muro di separazione e di tutte quelle misure e sanzioni israeliane che hanno soffocato l'identità palestinese", ha sottolineato il delegato dell'Anp Nabil Abu Rudeina dopo il voto. Di tenore diverso le reazioni israeliane e americane che parlano di decisione “totalmente politica”. In particolare l'ambasciatore degli Stati Uniti David Killion si è detto "profondamente deluso" dal riconoscimento. Questo "luogo è sacro per tutti i cristiani e l'Unesco non dovrebbe essere politicizzata”.
La posizione delle Chiese. Perplessità sulla richiesta palestinese sono sempre state nutrite dalle tre comunità cristiane che gestiscono il luogo santo, la Custodia francescana, i greco-ortodossi e gli armeni. Il custode di Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa, commentando al Sir il riconoscimento ha ricordato come “il presidente palestinese Abu Mazen, avesse espresso garanzie che non sarebbero stati toccati i diritti delle Chiese, i diritti di proprietà e di gestione. Speriamo che dai luoghi santi restino fuori tutte quelle attività che non hanno nulla a che vedere con il culto”. Forte è, per il religioso, infatti il rischio di strumentalizzazione politica della decisione dell’Unesco: “non vogliamo entrare in queste dinamiche” ribadisce con chiarezza il religioso. “La decisione è di prestigio per un luogo santo già considerato un patrimonio dell’umanità. Ritengo però che da un punto di vista pratico non cambierà molto”. Dello stesso avviso anche mons. William Shomali, vescovo ausiliare di Gerusalemme e vicario patriarcale per la Palestina, che al Sir ha dichiarato che “il riconoscimento è una vittoria della diplomazia palestinese, del diritto di una nazione. Tuttavia non deve prescindere dal rispetto del luogo, il che equivale a dire che la gestione del santuario deve restare nelle mani delle tre comunità religiose che, secondo lo statu quo, se ne occupano”. Per il vescovo “questo riconoscimento avrà ricadute positive sul turismo religioso ed anche sul dialogo tra le comunità cristiane e con gli islamici. Questi ultimi, infatti, credono che Gesù sia un profeta”. “L’Autonomia palestinese – ha aggiunto – avrà il dovere di occuparsi di questo sito, quando necessario e con delicatezza per non turbare gli equilibri delle comunità. Il riconoscimento potrà dare garanzie maggiori circa la manutenzione e la cura della basilica ma senza ingerenze. Ma va detto anche che il progetto per il restauro della Natività era partito molto prima del 29 giugno. Il riconoscimento adesso darà una spinta ulteriore”.
Cenni storici. Dopo i Vangeli, la più antica testimonianza sul luogo della nascita di Gesù (verso la metà del II sec.) è del filosofo e martire Giustino, originario di Flavia Neapolis, odierna Nablus, in Palestina che riferisce appunto di “una grotta prossima all’abitato” di Betlemme. In particolare la menzione della grotta come abitazione di fortuna va riconosciuta come un’eco della tradizione locale, attestata anche nell’antico apocrifo detto Protovangelo di Giacomo (II sec.), ripetuta da Origene (III sec.) e alla base di tutta la storia successiva del santuario betlemitano. Questa grotta fu circondata dalle costruzioni dell’imperatore Costantino e di sua madre Elena non molto dopo il 325 d. C., come narra lo storico Eusebio di Cesarea, contemporaneo ai fatti. Nel 386, san Girolamo si stabilì nei pressi della basilica, con la nobile matrona romana Paola e altri seguaci, vivendo vita monastica, dedicandosi allo studio della Bibbia e producendo la sua versione latina (Vulgata), che divenne poi ufficiale nella Chiesa d’Occidente. La basilica del IV secolo fu sostituita nel VI secolo da un’altra di dimensioni maggiori, che è quella ancora oggi in piedi. In epoca crociata (XII sec.) le pareti furono abbellite di preziosi mosaici dai fondi incrostati d’oro e di madreperla, dei quali rimangono frammenti. Scavi fatti negli anni 1934-35 (dal governo mandatario inglese) hanno riportato alla luce considerevoli resti dei mosaici pavimentali della basilica costantiniana, alcuni dei quali visibili. I francescani, che dimorano a Betlemme dal 1347, posseggono accanto alla basilica della Natività il proprio convento e una chiesa dedicata alla santa martire Caterina. La Natività è stata spesso al centro di contese tra palestinesi e israeliani e scenario di diversi scontri, tra cui il famoso assedio israeliano del 2002 durato 39 giorni.
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