Contribuire al “dialogo” e a un’azione sinergica tra le varie forze sociali per il bene del Paese. È il contributo che si è proposto il seminario di Retinopera “Le nuove strade del dialogo sociale. Un contributo alla governance del Paese”, che si è tenuto ieri a Roma. All’indomani dell’appuntamento, Francesco Rossi, per il Sir, ha interpellato Sergio Marini, presidente di Coldiretti e moderatore dell’incontro.
Come passare dalla contrapposizione politica e dalla sfiducia degli italiani a un “dialogo sociale”? “Ormai si è persa la concertazione e anche il dialogo tra forze sociali, istituzioni, governi è difficile. È un peccato, ma in un momento di forte deficit della politica e dei partiti, le forze sociali, radicate sul territorio e che vivono in mezzo alla gente, possono svolgere un ruolo di supplenza, portando un contributo alle soluzioni che si stanno mettendo in atto rispetto alla crisi economica e a quella sociale. Anche le forze sociali devono forse recuperare credibilità, passando dalla fase della rivendicazione a quella delle proposte, dei fatti, degli esempi. Bisogna tuttavia riconoscere che al loro interno c’è un grandissimo patrimonio di persone, idee, proposte, valori”.
Come recuperare questa fiducia? “Con valori praticati più che enunciati, primo tra tutti la coerenza. E poi con la vicinanza alla gente. In questo periodo storico, in cui i momenti decisionali si allontanano sempre più e il ‘Palazzo’ a volte non è più neppure a Roma, è fondamentale, per recuperare fiducia, stare sul territorio. È qui che ci sono gli ingredienti della felicità o meno: c’è o manca il lavoro, si sviluppa o meno la coesione sociale, c’è la famiglia… È importantissimo che, soprattutto in questa fase di smarrimento, le forze sociali siano vicine ai propri associati e non solo, nella consapevolezza che devono saper coniugare gli interessi particolari – dei loro rappresentati – con quelli generali dell’intera comunità”.
Ci sono realtà che, vivendo questo radicamento sul territorio, sono meno colpite dalla sfiducia generalizzata? “Sì, questo livello di sfiducia riguarda in misura minore le rappresentanze delle imprese, soprattutto artigiani e agricoltori, che spiccano per un forte aumento della considerazione sociale di cui godono. Questo anche perché siamo radicati capillarmente. La vicinanza alla gente, inoltre, fa capire che non si vive solo di Pil e reddito, ma anche di coesione sociale, fare comunità. Stare bene non passa esclusivamente dalla busta paga, ma pure attraverso altri valori che magari abbiamo un po’ dimenticato”.
Retinopera è un “contenitore” di forze sociali. Quale messaggio specifico può dare? “Finalmente le forze sociali, anche grazie a Retinopera, s’interrogano e si mettono in discussione per capire come l’azione sinergica permetta di contribuire meglio al bene del Paese. Questo è proprio l’obiettivo specifico di Retinopera: far dialogare soggetti che, ciascuno per proprio conto, cercano di operare bene, sapendo che insieme si agisce meglio nell’interesse di tutta la collettività. Solo insieme, infatti, possiamo recuperare quel deficit preoccupante di fiducia”.
In tale contesto quale significato ha il Forum che la promosso il seminario di Todi, lo scorso ottobre, e recentemente il manifesto “La buona politica per tornare a crescere”, in vista di un prossimo appuntamento chiamato “Todi 2”? “Vedo un’utile azione sinergica tra Retinopera e il Forum. Gli obiettivi di queste due realtà, d’altra parte, non sono molto diversi: ragionare insieme su come ciascuno debba contribuire al bene comune, in ogni ambito”.
Che ruolo possono e devono avere i giovani nella società civile, nell’associazionismo, nella politica? “C’è una tendenza, radicata nel nostro Paese, a parlare molto dei giovani. Ma ne parlano persone anziane che dicono d’impegnarsi per i ricambi generazionali, che poi non avvengono… D’altra parte i giovani sono fondamentali, sono il nostro futuro, gli unici capaci domani di far andare avanti l’Italia. Penso quindi che vadano coinvolti direttamente, essi devono riprendersi quella delega data – volenti o nolenti – a generazioni precedenti. Le idee nuove possono venire solo da loro”.
Quale contributo può offrire la memoria del passato – con figure che vanno da Einaudi a De Gasperi, da Moro a La Pira – per la politica di oggi, senza cadere in una nostalgia senza prospettive? “Basterebbe, come primo impegno, che fosse finalmente realizzata quell’Europa che i nostri padri avevano disegnato. La vera crisi oggi non è della finanza, ma della politica, che ha permesso alla forma speculativa della finanza di fare il proprio comodo. La grande assente, qui, non è tanto la politica italiana quanto la politica europea. Portiamo a compimento quell’idea di Europa: questo è il primo insegnamento che andrebbe raccolto”.
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