La situazione in Siria diventa sempre più tesa. Negli ultimi giorni l’Osservatorio siriano per i diritti dell’uomo e le Nazioni Unite hanno confermato l’acuirsi delle azioni militari delle forze del presidente Assad. Si confermano violenze sui bambini, sia con uccisioni dirette, sia usandoli come scudi umani. In realtà anche le forze armate che fanno capo all’opposizione sono state accusate di crimini quali gli arruolamenti di bambini e giovani per farli combattere contro i fedeli di Assad. Nelle ultime ore del 12 giugno, Hervé Ladsous, segretario generale aggiunto delle Nazioni Unite per le operazioni di peacekeeping, ha dichiarato che il Paese è ormai in guerra civile. In questa situazione si confrontano dinamiche interne molto diverse fra loro. Alcuni villaggi si dividono tra fedeltà al governo o agli insorti, come avviene lungo la linea tra Aleppo e Latakia bombardata dalle forze governative. Nelle città più grandi non mancano viceversa gesti di solidarietà anche interreligiosa tra la popolazione, che cercano di disinnescare la degenerazione militare, come l’iniziativa non violenta “Mussalaha”. Non c’è dubbio, infatti, che lo scontro in atto non sia (ancora) uno scontro di popolo. Se popolari erano senz’altro le manifestazioni avviate l’anno scorso per protestare contro il regime, chiedendo maggiori aperture in sintonia con le piazze di altri Paesi arabi, oggi la violenza segna il confronto tra un regime che insegue solo la sopravvivenza e forze non sempre identificabili. In diversi casi si può parlare di insorti, o di vittime della violenza di regime, in qualche caso sembra (è) assodato che contro il regime agiscono formazioni terroristiche fondamentaliste basate all’esterno del Paese. “Al-Qabas”, quotidiano kuwaitiano in lingua araba, ha pubblicato il 10 giugno un articolo in cui si afferma che decine di kuwaitiani hanno attraversato la frontiera turco-siriana per combattere il jihad a fianco del “Free Syrian Army” (Fsa), l’opposizione armata, contro il regime di Bashar el-Assad. Secondo fonti vicine a questi gruppi entrati in Siria, gli uffici del “Fsa” accolgono jihadisti e altri militanti provenienti da Giordania, Arabia Saudita, Algeria e Pakistan. A Istanbul, intanto, il Consiglio nazionale siriano cerca di riunire le forze di opposizione e ha appena eletto presidente il curdo Abdel Basset Sieda, nominato per allargare il Consiglio a una maggiore rappresentanza delle mille minoranze che compongono il Paese, ma anche per mettere fine al mandato del predecessore, il franco-siriano Burhan Ghalioun, in carica dall’agosto 2011, accusato di monopolizzare il potere e di togliere così al Consiglio la legittimità di contestare le violazioni della democrazia commesse da Assad. Di fatto il Consiglio non ha potere. Le azioni di contrapposizione ad Assad non vengono discusse al suo interno e l’unica sua opzione è quella di accreditarsi presso la comunità internazionale nella speranza di poter succedere ad Assad stabilendo un processo democratico al momento della sua caduta ed evitare che si affermino forze antidemocratiche. Per questo, l’allargamento della sua composizione è necessario per ottenere autorevolezza politica e riconoscimento internazionale, ma la sua legittimità è tutt’altro che scontata. In questo quadro senza più equilibri la popolazione cerca disperatamente sicurezza schierandosi, come sempre avviene quando saltano i processi democratici, con chi può offrire maggiore protezione. E proprio il timore di degenerazioni fondamentaliste fa sì che minoranze altrimenti attente al processo democratico si sentano paradossalmente più garantite e protette dal presidente Assad e dalla comunità alawita che detiene oggi il potere. La questione siriana, però, non si gioca solo nelle tensioni fra le tante componenti del Paese. Un ruolo fondamentale è giocato nella dimensione internazionale. La Russia da oltre un anno tiene una posizione di ostruzione a qualunque azione contro Assad. Da un lato, la Siria è un ottimo cliente per l’industria militare russa, tuttora una componente importante del potere, dall’altro, mettere il veto dimostra che l’Occidente non può decidere in autonomia. Per giustificare il proprio comportamento il ministro degli Esteri russo Lavrov cita la vicenda libica: l’azione militare degli alleati è andata oltre il mandato delle Nazioni Unite, ha provocato distruzioni e disordine maggiori di quelli precedenti la crisi, e di quel disordine profittano forze non controllabili, come i fondamentalisti che – usando precisamente armi reperite proprio in Libia – hanno conquistato metà del territorio del Mali. La Russia argomenta la sua posizione anche col fatto che pure minoranze autorevoli della popolazione sono schierate con Assad, ma nel caso di guerra civile, con una popolazione ulteriormente violata, non potrebbe mantenerla oltre. Assad, secondo alcuni osservatori, sta preparando la soluzione sostenibile per sé, la Russia e la comunità internazionale: un piccolo Stato alawita in cui rifugiarsi, con capitale Latakia, che permetterebbe l’accesso al mare e i rapporti commerciali con Russia e Iran. Per quanto ci sia un precedente durato sette anni dal 1930 al 1937, non sembra una soluzione realistica. In questa condizione, che lascia la popolazione ostaggio della violenza, l’assenza dell’Europa è stucchevole. La miopia autoreferenziale di alcuni leader e, in particolare, del governo tedesco, nonostante gli appelli corali di società civile e stampa di tutta Europa, ha portato non solo all’acuirsi della crisi economica interna, ma anche ad uscire dal dibattito internazionale. Fino a quando dovremo subire questa situazione?
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