Si legge rassegnazione tra le percentuali diffuse oggi dal Censis per il primo dei quattro incontri di giugno, a Roma, dedicati a “La crisi della sovranità”. Gli italiani, secondo l’istituto di ricerca, sono “cittadini senza sovranità”, nel proprio Paese come pure in Europa. A dare corpo alla tesi il dato secondo il quale tre italiani su quattro ritengono “che la propria voce non conti nulla in Europa”.
Chi ha il potere? Un “senso d’impotenza rispetto ai processi decisionali” che è maggiore solo in Grecia (84%) ed elevato pure in Spagna (68%), a fronte di una media europea del 61%. “Sono invece convinti del contrario – riporta il Censis – soprattutto gli olandesi e i tedeschi, dove le percentuali di chi crede di non contare in Europa si riducono rispettivamente al 43% e al 44%”. In più, “il 77% degli italiani ritiene di non avere sovranità neppure nel proprio Paese, così come l’84% dei greci e più della metà degli spagnoli (52%)”. Se ci s’interroga su chi ha il potere reale, “per la maggioranza degli italiani (il 57%) è ancora il governo nazionale, ma per il 22% l’Unione europea, per un ulteriore 22% i mercati finanziari internazionali, per il 13% gli organismi sovranazionali (dal Fondo monetario internazionale alla Banca mondiale)”. La fiducia nella sovranità nazionale è minore, però, tra coloro che hanno il titolo di studio più alto, per il 45% dei quali “la sovranità risiede ancora nel governo nazionale” a fronte di un 25% che crede sia stata ceduta all’Unione europea. Inoltre, “per il 27% degli italiani laureati la sovranità è slittata sempre più in alto, nel potere incontrollato della finanza internazionale”. “E il popolo”, osserva il Censis, è “destinato al mugugno o alla piazza”.
Politici e tecnici. Per quanto riguarda i governanti, “vince una retorica antipartitica”, mentre “l’élite dei ‘tecnici’ è ancora beneficiaria di una luna di miele che li vede come salvatori rispetto all’inconcludenza della politica del passato”. A loro favore è il 55% degli italiani, convinto “che al vertice della cosa pubblica ci sia bisogno soprattutto di persone competenti”, mentre “per il restante 45% c’è invece bisogno di rappresentanti votati democraticamente, che rispondano di quello che fanno di fronte agli elettori”. Percentuali che, però, s’invertono tra i giovani (18-29 anni): nel 54% dei casi considerano “giusto che a governare siano rappresentanti espressi dai cittadini”. Freno tirato rispetto all’Unione Europea. “Il 67% degli italiani – afferma il Censis – ritiene che oggi l’Ue disponga già di poteri e strumenti sufficienti per difendere gli interessi economici dell’Europa nell’economia globale e che quindi non vadano rafforzati (la percentuale è superiore alla media europea: 61%). Il 46% pensa che non ci debbano essere ulteriori accelerazioni nello sviluppo di comuni politiche europee e che, se ci sono Paesi pronti per saltare a un livello più alto di unificazione, devono aspettare che anche gli altri lo siano”. Infine, per ridurre il debito pubblico, si può “andare in pensione più tardi” (22%), “pagare di più alcuni servizi pubblici” (22%), “versare una tantum una tassa ad hoc” (21%), “destinare allo Stato ore di lavoro extra” (18%), ma anche “chiedere sempre le ricevute fiscali” (76%) e “denunciare” gli evasori (67%).
Sembra ineluttabile. “Questi dati mostrano timore, paura, rassegnazione, però non lasciano stupiti”, commenta al Sir Edoardo Patriarca, segretario del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali - intervistato da Francesco Rossi - osservando come, tra la gente comune, sembra “sempre più ineluttabile che a governarci siano entità lontane e sconosciute”. Una “vox populi” dovuta al fatto che “questa crisi economica non è stata ancora spiegata con chiarezza, e in più si accompagna a una delicata crisi delle democrazie occidentali”, da noi acuita pure dalla “crisi dei partiti della seconda repubblica”. Piuttosto, Patriarca vede una “grande criticità” nel modo in cui viene letta l’Unione europea. “Siamo passati da una fase di grande euforia per l’Europa a una in cui non ci si fida più”. Il problema, annota, è che “negli ultimi tempi non abbiamo parlato di Europa, ma di alcuni Paesi intenti a dettare l’agenda. In tal modo, però, ne esce indebolita l’idea di un’Ue democratica e collegiale, in cui ciascuno si sente a casa propria”.
Coltivare il desiderio dei giovani. Un dato interessante il segretario delle Settimane Sociali lo coglie nell’insofferenza dei giovani verso il governo tecnico, “auspicandone uno eletto dai cittadini”. “Mi sembra – precisa – che stia maturando un desiderio di partecipazione che va coltivato”, a maggior ragione considerato che “l’attuale offerta politica è ridotta ai minimi termini e non è credibile”. Un fenomeno che interroga il “laicato cattolico”. “Bisogna porsi la questione: si è chiusa una stagione, c’è da pensare a forme nuove di democrazia e di partecipazione. Servono coraggio e sostegno – sottolinea Patriarca – a quanti vogliono percorrere nuove vie d’impegno”. A tal riguardo il mondo cattolico ha un’elaborazione culturale, “ma i documenti devono trovare la via della concretezza, della partecipazione, di un rinnovato impegno civico”.
|